SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sempre lui al centro della scena, anche se lui, da ormai un mese, non c’è più. Ma chi di Berlusconi ha scritto e riscritto per oltre diciassette anni, non può fermarsi adesso. O almeno non può farlo da un giorno all’altro.

Niente più cucù alla Merkel, niente più complimenti imbarazzanti ad Obama, niente più Ruby, niente più scandali (veri o presunti che fossero), niente più ristoranti pieni, ergo la crisi non esiste.

Gli italiani, non tutti, non ne potevano più. Dovevano disintossicarsi, dovevano tornare ad una politica che facesse davvero politica. Tuttavia, qualcuno è rimasto orfano. Perché se il Caimano fosse un programma televisivo sarebbe di sicuro il Grande Fratello.

Bersagliato, criticato, in attuale crisi (forse) irreversibile. Però che manna per i critici, quelli che dovevano sempre e comunque trovare un capro espiatorio e riempire pagine di quotidiani, libri e show.

“Anestesia Totale” parla di lui. E siccome lui “si è autodistrutto”, lo spettacolo si aggrappa alle “radiazioni che restano” e che non scompariranno troppo facilmente. “Finalmente è finita; non c’è più”: le prime parole di Marco Travaglio sono identiche a quelle, più recenti, di Roberto Benigni. Sembra lo stesso copione di chi da oggi sarà costretto a cambiare obiettivo: “Il pericolo è che morto un Papi se ne faccia un altro. Silvio ha fatto il lavoro sporco, il rischio è che qualcuno lo utilizzi”.

Il giornalista torinese divide il palco con Isabella Ferrari. Una coppia inedita, ma perfettamente complementare ed affiatata. Ad accompagnarli una scenografia spoglia, condita da un’edicola, una panchina, due microfoni ed un violinista. C’è poi la voce, forte e riconoscibilissima già dal primo impatto, di Indro Montanelli, che l’attrice ripropone pure nei suoi scritti più celebri. Ammoniva: “Questa non è destra, è una patacca di destra. Io sono un cornuto della destra”.

Travaglio usa l’ironia, tagliente e sarcastica. Gli applausi sono scroscianti e ripetuti da parte degli oltre 700 spettatori accorsi al PalaRiviera sabato sera. Se il Cavaliere è il virus, la penna de “Il Fatto” si propone come vaccino. E condanna i colleghi berlusconizzati, i “lecca lecca”, quelli che a suo avviso avrebbero omesso di tutto e di più.

Si scaglia contro Bruno Vespa, quello delle “98 puntate di Porta a Porta su Cogne, e di altri speciali su Avetrana, Perugia, Erba, Garlasco”; quello che “quando Previti fu condannato organizzò una puntata sul tema del viagra”. Va all’assalto dei direttori del Tg1 e critica in successione Mimun (ideatore del panino: servizio con voce dell’opposizione nel mezzo di due della maggioranza), Riotta (promotore dell’identica idea, ma a vantaggio del centrosinistra) e Minzolini. Su quest’ultimo la condanna è ferocissima: “Con lui le notizie sono letteralmente scomparse. Nessun cenno sui casi Boffo, Noemi, Veronica, Ruby, sull’inchiesta di Trani, sul bunga bunga”.

Senza dimenticare Sallusti, Belpietro, Feltri: “Dedicarono cento prime pagine alla vicenda della casa di Montecarlo, mentre in atto c’era il processo sulle stragi mafiose del 93. Questione di metro di giudizio. Con loro è difficile distinguere i veri problemi da quelli finti”.

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