Il mio amico Lucilio Santoni lo cita spesso, l’anarchico spagnolo Buenaventura Durruti.

L’ha fatto anche quando ha presentato il suo ultimo libro (di Lucilio) (procuratevolo, merita: Lettere a Seneca).

Volevo saperne di più, mi ha consigliato un libro ed ho finito per prenderne un altro, “La breve estate dell’anarchia” di Hans Magnum Ensesberger, scritto negli anni Settanta.

Non si tratta di un inno all’anarchia come il titolo suggerirebbe, ma della ricostruzione della vita di Durruti fino alla guerra civile spagnola e alla sua misteriosa morte a Madrid, nel 1936. Il tutto avviene attraverso le testimonianze di chi ha vissuto accanto a Durruti quelle stagioni, o da lettere, articoli giornalistici, riflessioni scritte pervenute fino agli anni Settanta.

Al termine resta un senso di delusione. Perché le rivoluzioni sono sempre animate da grandi ideali, ma al momento della realizzazione pratica tutto via via viene tradito, e al termine si ricostituisce un potere simile al precedente, spesso ancor più duro e spietato.

Cito un passaggio di una lettera scritta da Simone Weil, filosofa francese che si era arruolata entusiasticamente come volontaria in Spagna in appoggio alla Repubblica.

Fin dall’infanzia ho simpatizzato con i gruppi politici che stanno dalla parte degli umiliati, dalla parte di coloro che la gerarchia sociale opprime; finché non mi è stato chiaro che questi gruppi politici non meritano alcuna simpatia“.

La Weil si riferiva alle fucilazioni sommarie, all’assenza di tutele per la classe operaia nel nome della quale si era arrivati a combattere, e a tante situazioni di cieca violenza che osservava nel fronte repubblicano. Si sa come finì: vinsero i franchisti, in una guerra civile trasformata in lotta tra potenze o presunte tali (Russia, Germania, Italia).

Resta sempre questa scelta tortuosa nelle coscienze, alla fine: la convinzione di essere dalla parte giusta produce dogmi nel nome dei quali si possono commettere abomini persino peggiori di quelli che si credeva d’abolire (e che questo avvenisse addirittura per chi, anarchico, si batteva proprio per l’abolizione di qualsiasi tipo di organizzazione è sintomatico).

Dunque il dubbio va sempre coltivato, e sempre da coltivare vi è l‘empatia verso l’altro essere umano, nei limiti delle possibilità che le divergenze di opinioni – a volte anche violente – consentono. Nella mescolanza vi è una crescita, la chiusura produrrà solo grettezza.

Ma il dubbio, come i dogmi, non può essere assoluto, forse. Altrimenti si diventa deboli e incerti e preda delle altrui convinzioni.

Una linea sottile, da tracciare giorno dopo giorno.

Ci torneremo

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