Fatti un’opinione: www.rivieraoggi.it/gas-plus

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Situazioni di emergenza, incidenti. Dal 1915, quando per la prima volta in Canada un giacimento di gas naturale esaurito veniva riutilizzato per lo stoccaggio, fino a tempi recenti molti sono stati gli incidenti e le situazioni di emergenza che hanno coinvolto le centrali di gas in diverse zone del pianeta.

Ciò che deve essere chiaro e che deve essere sottolineato è che ogni episodio ha una storia a sé stante con dettagli e condizioni diversi l’uno dall’altro. Anche perché le tecniche di stoccaggio del gas naturale non sono tutte uguali.

La forma più utilizzata, da quasi cento anni, è quella dei giacimenti sotterranei esauriti di gas (è lo stesso caso che si registra a San Benedetto). Alternativamente si utilizzano le cavità sotterranee d’acqua che devono però essere trattate e riconvertite per immagazzinare il gas. Infine, in percentuale minore, le cave sotterranee di sale, delle vere e proprie caverne.

Ciascuna delle tecniche comporta una serie di rischi connessi: rotture nel giacimento esistente, danni al cemento esterno o di riempimento, problemi durante le operazioni di manutenzione o riparazione, problemi dovuti ai cambiamenti di volume del gas e molto altro.

Tra i recenti incidenti presenti nella letteratura di settore, relativi a centri basati sulla tecnica dello stoccaggio nei giacimenti esauriti di gas, nominiamo solo quello del 1987 nell’Illinois, Usa, dove un’improvvisa esplosione del gas ha ferito tre dipendenti dello stabilimento; poi quello nel 2006 su una piattaforma nel Mare del Nord dove a seguito di un guasto a un’unità di raffreddamento sono rimaste ferite due persone e altre trentuno salvate dal soccorso aereo; sempre nel 2006 quello nello stato del Colorado, Usa, dove a seguito della fuoriuscita di gas da un pozzetto, sono state evacuate tredici famiglie.

Quanto allo stoccaggio in cavità sotterranee di acqua citiamo, tra gli altri, l’incidente di Spandau, in Germania, del 2004, quando un’esplosione, causata forse da attività di manutenzione, ha ferito nove persone, delle quali tre in modo grave, e ha causato l’evacuazione di circa cinquecento persone nel raggio di un chilometro dall’incidente.

Da ultimo, tra gli incidenti occorsi ad impianti che insistono su caverne di sale ricordiamo giusto quello del 2004 nel Texas, Usa, dove, a seguito di una fuga di gas, un’esplosione con fiamme alte fino a sessanta metri ha causato l’evacuazione di tutti gli abitanti nel raggio di circa cinque chilometri dall’area dell’incidente.

Quanto agli eventi pericolosi accaduti nel nostro Paese c’è quello occorso nel mese di dicembre 2010 a Ripalta Guerina, in provincia di Cremona, dove la rottura di una valvola di sicurezza ha causato la fuoriuscita di una nube di metano “alta sei metri, lunga cinquanta metri, che galleggiava quattro-cinque metri da terra” per usare le parole di Ezio Corradi, vice presidente del Coordinamento comitati ambientalisti della Lombardia.

La riflessione circa la possibilità di incidenti nelle centrali di stoccaggio gas deve essere quanto mai prudente considerato il fatto che possono essere causati non solo da agenti esterni all’attività dell’uomo (eventi sismici, inondazioni, trasformazioni chimiche nelle cavità sotterranee ecc.), ma soprattutto da attività connesse con il lavoro dell’uomo (errore umano, infortuni sul lavoro, imperizia ecc.).

Questo dovrebbe portare, non tanto ad una sorta di allarmismo irrazionale, quanto piuttosto ad adeguate e scrupolose valutazioni, da parte di esperti, delle procedure di lavorazione, di sicurezza e della gestione dei disastri negli impianti.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 1.974 volte, 1 oggi)