SAN BENEDETTO DEL TRONTO – 12 novembre 2011, Silvio Berlusconi si è dimesso da Presidente del Consiglio.

Una data storica che però soltanto la storia saprà decifrare al meglio. Perché nonostante le dimissioni, la figura di Silvio Berlusconi, in questo momento fortemente ridimensionato, non è uscita di scena. Si è dimesso, ma non si è “ritirato”. E se non è accaduto nel momento opportuno e peggiore, è segno che non accadrà neanche nei mesi a venire.

Berlusconi, infatti, è al comando del Pdl e non sembra possibile che lasci la leadership effettiva del principale partito di centrodestra. Nessun buen retiro, come un uomo di 75 anni meriterebbe. Naturalmente detta le condizioni anche al nascituro governo Monti, cosa ovvia perché ne sarà parte essenziale. Condizioni quindi giustificabili se non condivisibili: sono almeno una giustificazione politica necessaria per appoggiare un governo tecnico.

Ma se Berlusconi ha affermato che “potremmo togliere la spina a Monti quando vorremo”  (e ci mancherebbe altro), c’è anche da dire che tra i punti chiesti per l’appoggio a Monti sembrano figurarne alcuni molto criticabili: nessuna nuova legge elettorale, tema giustizia e nessun intervento sul conflitto di interessi.

Se il terzo argomento testimonia che la commistione pubblico/privato inquinerà ancora l’attività parlamentare, la questione elettorale – pur se non ufficializzata – appare davvero come un clamoroso autogol, una richiesta di difesa della Casta che non può e non potrà passare sotto silenzio. Un conto infatti è non riuscire a scrivere una legge migliore del “porcellum”; un conto non provarci nemmeno.

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