SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Forse la parola esatta rispetto ai fatti cruenti di Roma l’hanno trovata loro: “estetismo”. Era questa infatti la parola che da tre giorni cercavo di afferrare pienamente per definire le violenze romane. Si è trattato infatti di una messa in scena del tutto superficiale, sradicata da tutto e da tutti. Una sorta di dandismo violento.

I Centri Sociali delle Marche, che stamane avevamo cercato proprio perché si esprimessero sui fatti del 15 ottobre, prendono infatti – forse sorprendentemente considerata la cognizione generale – le distanze da quanto accaduto. Non sono i soli perché addirittura oggi anche i “black bloc”, attraverso una delle loro pagine Facebook, hanno espressamente condannato i “teppisti quindicenni” che, a questo punto, sono davvero senza padri.

I Centri sociali marchigiani in particolare, dopo aver sottolineato “il livello di mobilitazione straordinario anche nella qualità e radicalità dei contenuti” (musica per le loro orecchie, ovviamente), concentrano la loro analisi su “un altro pezzo di storia, non quello più importante ma da raccontare fuori dalle ricostruzioni sociologiche di chi le manifestazioni le segue dal monitor del computer”.

Ed ecco: “Dietro i falò del 15 ottobre non abbiamo visto nessuna “rabbia precaria” ma solo un “defilè noir fatto di facili azioni tutte volte alla propria teatrale rappresentazione. Non abbiamo visto sanzionare i palazzi del potere e della crisi, a meno che in questa dicitura non rientrino alimentari, uffici postali e qualche veicolo familiare. Neppure abbiamo visto qualcuno avviarsi verso i palazzi del potere rompendo i divieti del Ministero dell’Interno” (scrivono, evidentemente desiderando una “disobbedienza” in tal senso), “il “defilè” si è svolto tutto lungo il percorso prestabilito ben al riparo da un’esposizione diretta. I cellulari della polizia che tagliano in due il corteo invece li abbiamo visti: ce li siamo trovati proprio addosso mentre il “defilè” si dileguava rapidamente lungo il corteo. Così come abbiamo visto insultare la rabbia vera, diffusa, di precari, lavoratori, disoccupati e studenti, quella stessa rabbia che poi non ha esitato a resistere alle cariche della polizia nel tentativo di impedire la frantumazione del corteo e la sua evacuazione”.

“Dietro i falò del 15 ottobre, secondo i peggiori crismi del peggior ceto politico, c’è stata la volontà di volersi rappresentare, contro ogni legame sociale e di solidarietà all’interno del corteo, tutelando la propria esclusiva incolumità, inseguendo la notizia del giorno dopo ed esprimendo una caricatura “machista” che certo non appartiene alla storia ed alla cultura, seppur estremamente variegata, dei movimenti – continua la nota – I tentativi di rielaborazione ideologica dei fatti possono appagare qualche estetismo pseudo-rivoluzionario ma non hanno nulla a che vedere con la realtà materiale vissuta delle migliaia di persone che il 15 ottobre hanno attraversato le vie di Roma”.

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