SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Dal registrato alla diretta, dalla seconda serata al prime time. Gianluigi Paragone ci credeva davvero, così tanto dal tentare il grande salto con “L’ultima parola”. Il risultato invece è stato disastroso:  1.578.000 spettatori, pari al 6,9% di share.

Un fallimento clamoroso per chi si annunciava come la risposta a Santoro. La rete, Raidue, è sì la medesima ma “Annozero”, non confermato in palinsesto tra mille polemiche, realizzava quasi il quadruplo rispetto alle nano-percentuali raccolte dal giornalista varesino al suo esordio nella nuova collocazione.

C’è poi la questione, scusate il gioco di parole, del paragone. “Annozero” possedeva una struttura narrativa esemplare, quasi unica. Un talk show come gli altri, ma al contempo assolutamente differente dagli altri. Diverso da “Ballarò”, da “Matrix”, da “Porta a Porta”, da “L’Infedele”, da “Exit”. Dallo studio, alle luci, al montaggio, ai servizi esterni, tutto era curato nei minimi dettagli da colui che del giornalismo televisivo resta l’unico vero stratega.

E non è un caso che tutti quelli che abbiano osato definirsi l’anti-Santoro ne siano usciti, prevedibilmente, con le ossa rotte. Antonio Socci, Anna La Rosa, Giovanni Masotti, in onda negli anni rispettivamente con “Excalibur”, “Alice nel paese delle meraviglie” e “Punto e a capo”. Improvvisati, impresentabili, dimenticabili. Per non parlare delle risposte Mediaset, allestite da Marco Taradash (“La zona rossa”) e Alessandro Banfi (“La versione di Banfi”).

“Non me l’aspettavo – ha confessato a mente fredda Paragone – ce l’abbiamo messa tutta per fare un buon programma”. Peccato, perché il progetto originario de “L’ultima parola” era obiettivamente interessante, con una collocazione nella tarda notte del venerdì che valorizzava sia l’idea in principio che gli stessi ascolti. Un’identità sfregiata per rincorrere un confronto impari ed utopico.

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