GROTTAMMARE – La morte di Pepi Morgia ha colpito duramente quanti, nella Riviera delle Palme e nel Piceno, lo avevano conosciuto per gli appuntamenti culturali da lui organizzati. Di seguito, il ricordo del sindaco di Grottammare Luigi Merli e dell’assessore alla Cultura Enrico Piergallini.

Scaviamo nella memoria. Ed ecco venire a galla due istantanee. Serata conclusiva del Cabaret amoremio!. Nel pomeriggio scoppia un temporale incredibile e una tromba d’aria scuote le fondamenta della Riviera. Il giardino comunale – allora il Festival aveva quella sede – è allagato. Noi tutti, insieme ai ragazzi dello staff, ci proteggiamo nel Palazzo comunale, agitati, timorosi per l’esito della serata. Ed ecco Pepi, impassibile, bianco vestito, con una vecchia scopa in mano spazza litri d’acqua dal palco: fiducioso, convinto che lo spettacolo si sarebbe tenuto. E così accadde.

Seconda istantanea. Di nuovo la pioggia. Questa volta più lunga, persistente. In fretta e furia attiviamo il piano di emergenza e tutta la carovana del Cabaret si trasferisce a San Benedetto presso il cinema Calabresi. In un’ora e mezza bisogna riallestire lo spettacolo. Ed ecco di nuovo Pepi, serafico che, dopo aver raccolto travi, corde e materiali di scarto dietro le quinte, costruisce in venti minuti una scenografia post moderna, un’esplosione di legno e di luci che allude alla Resurrezione di Pericle Fazzini.

Ci piace ricordarlo così, imperturbabile e geniale, umile e talentuoso, capace di costruire un sogno con i materiali bruti della realtà quotidiana; mai sul palco, sempre dietro; mai superiore agli altri, sempre confuso tra i ragazzi del suo staff, con le mani sporche e gli attrezzi del mestiere.

Dodici anni di direzione artistica sono stati determinanti per il Festival: è persino superfluo affermare che la presenza di Pepi Morgia a Grottammare è stata capace negli anni di conferire prestigio alla città, offrendogli una misura diversa di fare spettacolo, più professionale, capace di coinvolgere i nomi più noti del teatro e della televisione italiani. La sua mancanza creerà una frattura inevitabile tra un prima e un dopo nella storia del nostro Festival e, più in generale, nell’intera vita culturale della città.

Non andiamo oltre, non vogliamo aggiungere troppe parole: in momenti come questo è sempre dietro l’angolo il rischio della retorica commemorativa. . Preferiamo pensarlo ancora intorno a noi, cercarlo nei sorrisi sornioni, nell’eleganza dei movimenti, nella tranquillità che non deve mai essere persa: lui che negli ultimi anni si era avvicinato al buddismo credeva fermamente negli ideali di imperturbabilità, di serenità e soprattutto nel fatto che la vita degli esseri viventi non finisce mai ma è in continua e incessante metamorfosi, di una forma nell’altra, della parte nel tutto. E così non avrebbe voluto tristezza in questo momento, soltanto la serena rassegnazione a ciò che è e che deve essere.

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