MONTEPRANDONE – Un piacere, non solo per il corpo ma anche per la mente. Non ha deluso le aspettative di buongustai e bon viveur l’ultima cena-evento della Cucina dello Spirito, allestita presso l’Hotel San Giacomo di Monteprandone, pieno per l’occasione lo scorso venerdì. Ispirata alla figura di San Giacomo della Marca, l’originale rassegna abbina da 5 anni, come è noto, enogastronomia e tradizione monastica, tramite la riscoperta delle ricette usate negli antichi refettori. Un progetto inizialmente abbracciato da altri ristoranti aderenti al circuito dei “Sapori del Piceno” ed ora portato avanti dalla sola titolare del San Giacomo Ermetina Mira, convinta della sua utilità per la promozione turistica del territorio.
La cena è stata preceduta da un’interessante conversazione intitolata “Il secolo dei lumi nei monasteri del Piceno”, cui hanno preso parte il professor Andrea Anselmi, la storica Olimpia Gobbi e Maria Paola Giobbi, suora del monastero Marcucciano di Ascoli. Tema della relazione, l’opera di Francesco Antonio Marcucci, “intellettuale ed ecclesiastico illuminato” che l’8 dicembre 1744 fondò ad Ascoli la Congregazione delle suore pie operaie dell’Immacolata Concezione (comunemente dette Concezioniste), dedita alla preghiera e all’educazione delle donne. Tra le prime quattro suore della fondazione vi è anche una giovane di Monteprandone, Giacoma Aloisi. Il 6 marzo 1745 il sacerdote, per il quale è in corso la causa per la beatificazione, aprì nei locali della congregazione una “Scuola pia della dottrina e dei lavori” per le giovani della città di ogni ceto sociale. I relatori hanno sottolineato l’importanza dell’opera del Marcucci, al quale Ascoli dedica un museo: in un’epoca in cui erano ancora forti l’ignoranza e le discriminazioni di genere, egli seppe capire l’importanza della formazione intellettuale delle donne, fulcro della famiglia e della società.

Il vento dell’illuminismo d’oltralpe, con la sua carica di rinnovamento e di trasformazione, non ha rivoluzionato solo la cultura e la filosofia dell’epoca, ma è entrato anche nelle cucine e in particolare nei refettori settecenteschi. E lo testimonia il menù della serata, illustrato dallo storico Tommaso Lucchetti, nel quale figuravano piatti di derivazione francese, come il Gattò (gateau) di patate, il Potaggio (italianizzazione di potage) di zucca, la parmigiana di zucchine e balsamella (la besciamella è una tipica salsa di derivazione francese), o ancora i Biscotti (“Galanterie”) con cioccolata aromatizzata. Sfiziose e raffinate pietanze preparate dal giovane chef Romeo Menzietti, con ingredienti tratti dall’antico ricettario monastico del Settecento, lievemente rivisitato dalla Mira per riadattarlo al palato contemporaneo. La vita monastica, vien da pensare, non è sinonimo solo di ascetismo e rinuncia ai piaceri, ma anche di una sapiente arte culinaria, che si tramanda e rinnova attraverso i secoli. Dove la cucina è vista non come ostacolo alla perfezione ma come via di spiritualità.

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