Dal settimanale numero 872 del 24 maggio

GROTTAMMARE – Continua la nostra inchiesta sul festival dell’umorismo di Grottammare. Di seguito la seconda parte dell’ intervista a Michele Rossi, l’ideatore del “Cabaret Amore Mio!” (leggi la prima parte).

Siamo arrivati nel ’92, anno in cui si è costituita l’associazione Lido degli Aranci, ci spieghi cosa cambiò in quell’anno.
“Ci fu l’esigenza di unire due gruppi di lavoro, quello del cabaret e quello del carnevale. Nacque così l’associazione Lido degli Aranci, e dopo l’esperienza del 1992 Vittorio Ciarrocchi ed io decidemmo di non dedicarci all’edizione dell’anno successivo. Personalmente non ero d’accordo con la fusione, per vari motivi, e uscii dall’associazione”.

E chi organizzò quell’edizione?
“Il nuovo assessore alla Cultura, la professoressa Anna Maria Perotti, cercò di mediare la situazione convocandoci, ma non ci riuscì. Richiamò allora la Menicozzi e si tornò ad una manifestazione senza concorso ma con teatro di intrattenimento, alla prima maniera. Fu consegnata l’Arancia d’Oro a Renato Scarpa, un bravo attore caratterista. Nei mesi a seguire, la  Perotti ebbe molte critiche  e proteste da parte dei cittadini. A quel punto decise di insistere con Vittorio Ciarrocchi, con la consapevolezza che se quest’ultimo avesse rifiutato di nuovo, il festival non si sarebbe più fatto. Fui ricontattato anch’io ma posi delle condizioni: una sede a disposizione fornita di telefono e la realizzazione di una mostra di opere inedite del giornalista Vincenzo Mollica”.

Insomma lei e Vittorio Ciarrocchi tornate nel 1994 a organizzare il Festival.
“Con la mostra di Vincenzo Mollica, “Tracce di boopismo” abbiamo ottenuto un vero successo e dei passaggi televisivi a livello nazionale, Nel ’95 m’inventai  la “santificazione” laica di Totò, coinvolgendo 24 artisti per la realizzazione dei santini, tra cui Milo Manara, Lele Luzzati, Giorgio Cavazzano e Dario Fo. L’idea la presi dalla prefazione che fece Federico Fellini ad un libro di Liliana de Curtis, figlia di Totò. Il grande maestro del cinama italiano scrisse: Totò è da santificare perché è stato un grande benefattore dell’umanità. Di getto mi venne l’idea, appunto, di santificarlo”.

Dopo questo splendido viaggio intorno a questa grande avventura che è stato cabaret di Grottammare, purtroppo la devo riportare ai giorni di oggi. Polemiche sugli spettacoli, sui costi. Prima Valter Assenti e poi la risposta dell’assessore alla Cultura Enrico Piergallini. Lei come si pone in merito?
“Non sono molto convinto che per avere molto pubblico bisogna avere tanti ospiti di grido, ne potrebbe bastare uno. Noi riempivamo il parco Comunale, sempre con ingresso a pagamento, avendo uno, massimo due, comici affermati. Il resto dello spettacolo era basato sui giovani di belle speranze che sceglievamo in giro per l’Italia in tanti locali, anche off. Insomma, volendo, si può spendere molto meno ottenendo lo stesso un risultato dignitoso”.

Lei avrebbe qualche idea?
“Personalmente avrei creato una scuola di cabaret estiva. I finalisti del concorso avrebbero avuto modo in quel caso, di affinare le qualità mentre gli altri iscritti avrebbero potuto seguire un corso fatto da un grande personaggio. A quel punto si sarebbe fatta realmente anche accoglienza turistica: i partecipanti del corso ed eventuali familiari, avrebbero riempito gli hotel di Grottammare”.

Nota delle differenza tra il festival attuale e il vostro? L’ordine di apparizione ad esempio, è cambiato?
“Ogni anno riuscivamo a trovare quattro o cinque concorrenti davverro bravi, attorno ai quali si sviluppava il concorso. Per aumentare la partecipazione degli spettatori e far penetrare il cabaret nella zona, cercavamo di stimolare alla partecipazione anche gli artisti del territorio. Poi il ventaglio di proposte era veramente vario, proponevamo uno spaccato sui vari modi di far ridere, anche quelli non propriamente televisivi. C’erano stand up comedian (i classici monologhisti), imitatori, mimi, satiri, trasformisti, gruppi e artisti circensi”.

Piergallini sostiene che il “Cabaret Amoremio” (così si chiama oggi), rispetta il format degli altri festival dell’umorismo. Lei che ne pensa?
“Vengo invitato spesso in giuria in molti concorso comici ed altrettanti ne ho organizzati. Mi spiace contraddire l’amico assessore, ma per me non è così”.

Un esempio?
“Il Festival Nazionale del Cabaret di Torino. È conosciuto in tutta Italia. Le persone pagano il biglietto, riempiono il teatro, eppure sul palcoscenico ci sono solo giovani esordienti. L’organizzazione investe poi nelle riprese dello spettacolo, ci fa un format televisivo e lo distribuisce gratis a molte emittenti italiane che lo rimandano in continuazione. In pratica è una continua pubblicità all’evento. Addirittura qualche anno il settimanale “Venerdì di Repubblica”, per un articolo sulla nuova comicità italiana, dedicò un servizio al festival di Torino che non prende un euro di soldi pubblici. Non solo: Antonio Ricci, quando ha bisogno di un comico per una sua trasmissione, spesso attinge da questo festival creato da Mauro Giorcelli, un ex giornalista de “La Stampa” che io negli ultimi anni che ho organizzato “Cabaret amore mio!” ho voluto in giuria per la sua competenza, assieme a Giancarlo Bozzo dello Zelig”.

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