SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Appena due milioni di telespettatori in prima serata su Raiuno, pari all’8,2% di share. Una miseria per la rete ammiraglia della tv di Stato che, dati alla mano, è subito corsa ai ripari sospendendo lo show dopo appena una puntata: “La decisione – si legge in una nota di Viale Mazzini – è stata comunicata al Professor Sgarbi che l’ha condivisa”.

Così s’è conclusa l’avventura di “Ci tocca anche Sgarbi”, franata su se stessa come una casa priva di buone fondamenta. Perché il programma del noto critico d’arte poggiava obiettivamente sul nulla. Mal scritto, il programma è parso totalmente de-strutturato, quasi improvvisato. E la legge del piccolo schermo è chiara: puoi chiamarti pure Fiorello, ma se non sei in possesso di un’idea forte e non ti contorni di un gruppo autoriale consolidato, il disastro (vedi i flop d’annata “Superbowl” e “Non dimenticate lo spazzolino da denti”) è assicurato. Figurarsi con Vittorio Sgarbi, rodato e fortunato opinionista del tubo catodico tuttavia incapace di tenere da solo la scena per oltre due ore.

La tribolata scelta del titolo la diceva tutta sulla confusione in origine: da “Capre e Cavoli” si era passati a “Il bene e il male”, per poi virare su “Il mio canto è libero” ed infine appunto su “Ci tocca anche Sgarbi”. Voltandosi indietro c’era poi l’esempio di Gianfranco Funari del 2007. Un altro polemista acchiappa-ascolti che s’era arenato sull’inconsistenza di un “Apocalypse Show” carente d’identità ed efficacia.

Eppure la mission di Sgarbi pareva innovativa: la cultura in prime time, lunghi monologhi in stile Saviano, che il sindaco di Salemi aveva preso ad esempio, se non nei contenuti almeno nella forma. “Però mi manca un Fazio – lamentava – uno che faccia le domande agli ospiti che verranno nel programma”. Insomma, mancava la spalla o uno di cui essere spalla.

Fatto slittare di due mesi fino ad arrivare, colpevolmente, alla primavera inoltrata e collocato nella complicata e segmentata serata del mercoledì (riempita da calcio, “Exit”, “Iene” e “Liceali”), “Ci tocca anche Sgarbi” non è stato altro che l’apologia dello sgarbismo, tra rese dei conti (con gli attacchi all’ex amico Toscani e ai quotidiani nemici) e spot autoreferenziali. Un naufragio prevedile ed inevitabile.

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