SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “Nessun apparentamento in vista del ballottaggio”. Non sarebbe serio, etico e l’elettorato non capirebbe. La linea del Partito Democratico sul punto appare netta e chiara: “Aperti al confronto con tutti, ma non si mercanteggia”. Allo stesso tempo però non si esclude una convergenza col Nuovo Polo Sambenedettese: “All’interno di quel movimento – afferma il sindaco uscente Gaspari – c’è una forza come l’Udc con cui siamo interessati a dialogare, tuttavia c’è anche Futuro e Libertà con cui non siamo interessati a mischiarci. Non ci azzecca nulla con noi”. Poco male dato che i finiani sono rimasti fuori dal consiglio comunale, come Rifondazione Comunista che, secondo indiscrezioni, sarebbe stata clamorosamente corteggiata dal centrodestra: “Mi viene da ridere, gli accordi post-voto fanno ridere. Ho saputo che Gabrielli ha incontrato pure Calvaresi, dopo che per mesi sono volati attacchi e aspre critiche. La politica rischia di perdere valore se viene svilita da certi gesti e azioni”.

Il primo turno elettorale qualche certezza l’ha comunque data. Col 27% dei consensi il Pd è tornato ad essere il primo partito cittadino, dopo il tracollo alle passate Regionali, quando seppur con due punti in più era stato staccato di molto dal Popolo della Libertà (al 34): “E’ stato premiato il progetto – esulta il coordinatore provinciale Antimo Di Francesco – ed è stata attestata la fiducia a Gaspari. Vincere già il 16 maggio sarebbe stato difficile; lo scenario di otto candidati e oltre 400 aspiranti consiglieri non lo permetteva. Il voto è stato disperso e frammentato”.

E se l’area berlusconiana è intenta al resettaggio (“si riparte dallo zero a zero”, diceva Piunti ieri), Di Francesco taglia corto: “Non si gioca con i numeri, non si nasconde la realtà. Il loro crollo è stato verticale, il distacco è di sedici punti ed è stato determinato dall’inconsistenza programmatica, oltre che da un’aridità di contenuti”.

Qualora il trend venisse confermato, l’intenzione del primo cittadino sarebbe quella di rappresentare l’intero mondo della sinistra: “Non ci saranno l’Api, Sel e nemmeno Rifondazione. Trattasi di componenti importanti che il Pd ha il dovere di rappresentare, essendo in grado di poterne rappresentare umori e ragioni”. Una linea sposata in pieno dal segretario locale, Felice Gregori che, pressato dai giornalisti, sulla possibile nuova squadra di governo, glissa: “Prima vinciamo e poi pensiamo alle nomine”.

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