SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non solo calcio, non solo partite. Ma anche un Mondiale parallelo non giocato, lasciato nell’ombra agli spettatori a casa, su cui Fabio Tavelli, giornalista di SkySport24, ha deciso di far luce con “La mia Sud Africa”. Un diario di vita più che un libro, carico di aneddoti, curiosità ed emozioni che ancora traspaiono negli occhi dell’autore, intervenuto nel pomeriggio di sabato nel terzo appuntamento con “Il Maggioni racconta”, la rassegna di incontri organizzati dal Circolo Tennis in collaborazione con la libreria “La Bibliofila”.

Lasciate in un cassetto le analisi tecniche e le polemiche arbitrali, il mezzobusto di SkySport24 ci racconta i segreti di quaranta giorni vissuti a mille all’ora, conditi da orari lavorativi a volte proibitivi e, allo stesso tempo, di segreti che le telecamere per forza di cose non hanno potuto svelare.

“Non dimenticherò mai le facce e gli occhi di quei bambini che, pur non avendo nulla, sorridevano mentre giocavano in strada con la classica palla di stracci”, esordisce Tavelli, affiancato dal collega sambenedettese Maurizio Compagnoni. E se fino al giorno i singoli Paesi del continente si erano dichiarati guerra – a parole e non – per quel mese l’Africa si è fatta famiglia: “Ad un certo punto tifavano tutti per il Ghana – prosegue il giornalista bresciano – un approdo in semifinale sarebbe stato un orgoglio collettivo. Si sentivano dei veri fratelli, paradossalmente”.

Non mancano poi i riferimenti al nuovo Sud Africa, non completamente uscito dal dramma dell’apartheid (“il popolo sta camminando e quel ricordo tra un po’ oltre che socialmente verrà eliminato pure politicamente”) e spaccato economicamente in due tronconi: “Una parte sorride e vive dignitosamente, mentre c’è chi letteralmente fatica a sopravvivere”). Per il resto, è stato il Mondiale dei rapporti umani: costruiti, custoditi ed utili sul lavoro: “Quelli con i colleghi stranieri sono fondamentali, per ottenere delle informazioni su giocatori che da soli non potremmo mai raccogliere. Senza dimenticare che, non essendo diretti concorrenti, si sbottonano più facilmente. Nella speranza che tu ovviamente faccia altrettanto”.

Tavelli assolve infine le terribili vuvuzelas, insopportabili quanto indispensabili: “Sì, sono state un orribile flagello, ma credo andassero accettate. Fa parte della loro tradizione ed era obiettivamente giusto lasciarli liberi di suonarle”.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 153 volte, 1 oggi)