dal settimanale Riviera Oggi numero 867 attualmente in edicola

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nel momento in cui abbiamo scritto questo articolo per il settimanale cartaceo Riviera Oggi, lunedì mattina, registriamo un dato che ha del sorprendente: per le elezioni comunali di maggio ci sono 9 candidati sindaco, 22 liste, quasi 500 candidati al posto di consigliere comunale.

Martedì, come ormai ben noto, la lista del candidato sindaco Pino Neroni (“L’Italia che Vorrei”) e due liste a supporto del candidato sindaco di centrodestra Bruno Gabrielli sono state escluse da parte della commissione elettorale,per via di alcune irregolarità nella presentazione della documentazione necessaria. (clicca qui per le motivazioni)
Nell’attesa di conoscere l’esito dei ricorsi al Tar annunciati dagli esclusi, dunque, i candidati sindaco sono otto e le liste 19. Comunque molti, proviamo a interpretare questo dato.
La domanda vera non è tanto cosa spinga una persona a tentare di diventare consigliere comunale. Forse nella civiltà di Facebook e dell’esibizionismo di massa (abbinato però a norme sulla privacy che a volte sconfinano nel demenziale) il mettere la propria faccia nei volantini, nei “santini”, nelle foto di gruppo sui giornali, blandisce il gusto quasi infantile di avere visibilità, guadagnare un certo qual rispetto, dire agli amici “guardate che mi candido”, far sorridere la propria mamma o guadagnare stima con la propria fidanzata, o con i propri pazienti se si è medici, con i propri clienti se si è liberi professionisti o se si possiedono attività commerciali.
Insomma, la strumentalità della candidatura esiste eccome. E non ci vengano a raccontare che vogliono fare qualcosa per la propria città, magari proprio quelle persone che nei cinque anni che abbiamo alle spalle non sono mai state viste seguire un consiglio comunale. Gli italiani seguono poco la politica, ne sono in certo qual modo schifati, e lo spettacolo osceno che essa offre di sé a livello nazionale non fa biasimare questo atteggiamento. Ma il fatto che una volta ogni cinque anni tutti si riscoprano “amanti del bene comune e guerrieri per la collettività”, perdonateci ma un po’ ci fa ridere. Se lo fossero davvero, lo sarebbero stati anche nei cinque anni precedenti. Così non è stato, a creare dibattito pubblico infatti sono stati sempre gli stessi. Da molti degli altri, che oggi ingrossano i ranghi della “carica dei 500”, abbiamo notato silenzio e persino disinteresse alla cosa pubblica.
I professionisti della politica sono criticabili tanto quanto i dilettanti della politica, insomma. Credete che avremmo percentuali confortanti da un ipotetico “test d’ingresso” vincolante per potersi candidare o meno? A qualcuno suonerà come una bestemmia anti democratica. E sia, chi scrive se ne assume il rischio. Ma ritengo molto probabile che molti all’interno del mezzo migliaio di candidati non conoscano la differenza fra una delibera e una ordinanza o fra uno standard urbanistico e un onere di urbanizzazione primaria e secondaria. Non sappiano quali possibilità finanziarie ha un Comune, come funzioni la burocrazia.
Si potrà dire che sono affari loro. E invece no. Un consigliere comunale ignorante è nella migliore delle ipotesi un personaggio ininfluente nella vita politica e amministrativa. Nella peggiore delle ipotesi, è un utile burattino per ben più scafati manovratori di fili.
Veniamo al proliferare di candidati sindaco. Se andiamo bene a vedere, molte tematiche (per fortuna) sono patrimonio comune fra diverse liste. Prendiamo il tema dei rifiuti e della raccolta differenziata spinta. Ne parlano Forza San Benedetto, il Movimento Cinque Stelle, “L’Italia che vorrei”, la Federazione della Sinistra.
Oppure il tema della destagionalizzazione del turismo, vero dogma irrisolto di ogni visione politica sambenedettese.
DIVIDE ET IMPERA Perciò abbiamo tante liste che dicono cose molto simili. Peccato, se si fossero coalizzate avrebbero avuto molta più voce in capitolo.
E invece simboletti, bandierine, l’orgoglio di una foto in più o di un manifesto in più, hanno messo da parte l’obiettivo principale. Avere una rappresentanza in un consesso democratico.
Così, con questi personalismi, abbiamo l’illusione della democrazia prima del voto. Mentre, dopo il voto, moltissime di queste liste non avranno nessun eletto, non avranno voce in capitolo, torneranno in letargo.
Conviene? Non era meglio stabilire sinergie, e trovare veramente l’alternativa che tutti chiedono? Una forza giovane, moderna, apartitica, fatta di gente competente nel proprio lavoro ma che ha anche perlomeno una infarinatura di come funziona la burocrazia, di come agisce un ente pubblico, di quanto tempo ci vuole per fare le cose.
E invece no. Datemi il mio simboletto, fatemi candidare sindaco, fatemi essere felice per un paio di mesi. Fatemi sognare moli d’ormeggio in collina, una città di belli e di bravi, aereoporti mirabilandie turistituttol’anno e coralli in mare. Fra un mese avrò il mio zerovirgola. E tutti a casa.
LE CONSEGUENZE In questo modo coloro che oggi si entusiasmano, domani saranno dei disillusi. E chi riuscirà a farsi eleggere, perché magari fa parte di coalizioni più larghe, avrà gioco facile nel dire: “Voi che siete rimasti fuori, vi ritenete migliori di me? La prossima volta, cercate di prendere qualche voto in più, così potrete dimostrarlo”.

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