SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si è concluso il processo di primo grado che ha determinato le responsabilità sulla morte di Mario Trento, storico albergatore venuto a mancare dopo una serie di operazioni allo stomaco nel 2005 presso l’ospedale civile. Condannati in primo grado l’ex primario Eugenio Morsiani e il suo assistente Dino Giusti, autori degli ultimi interventi al Trento. Assolta la terza assistente di sala Giulia Tonini. Un processo molto tecnico ed articolato giunto alla conclusione ma la vicenda non sembrerebbe terminata qui: i legali della difesa ricorreranno con tutta probabilità in appello.

Mario Trento è un uomo di origini abruzzesi che negli anni ’60 approdò a San Benedetto con la speranza di costruire la sua fortuna lavorando nel turismo. Un pioniere di quel boom, amante della campagna e della natura. Per i familiari è stato e continua ad essere un esempio di stabilità morale che raramente si incontra nella vita. Un uomo esigente ma onesto, lucido e vigile che all’età di 77 anni e dopo una serie di interventi chirurgici è deceduto.

Il 5 ottobre del 2005 Mario Trento è entrato nell’ospedale civile di San Benedetto per un semplice intervento di laparoscopia all’ernia. Il 10 ottobre è stato dimesso e nei giorni a seguire sono giunte complicazioni che hanno costretto l’uomo a ritornare sotto i ferri sino al suo decesso, avvenuto dopo l’ultimo degli interventi.

Dopo la sua morte, è arrivata la denuncia dei familiari e il conseguente processo con le accuse di omicidio colposo. Molte le udienze intermedie che hanno visto figli del Trento e imputati raccontare dei fatti. Molti anche i pareri anatomopatologi di periti di fama nazionale interpellati dalla corte proprio per chiarire ogni dubbio: comprendere le reali responsabilità della morte dell’uomo.

Nella penultima udienza del 7 febbraio 2011, il pubblico Ministero Carmine Pirozzoli ha riassunto la vicenda avanzando le sue richieste di assoluzione per la terza di sala (per non aver avuto influenze decisionali nel merito degli interventi) e di condanna per l’ex primario e per l’assistente. “Non è un caso di mala sanità – disse il Pm – ma di negligenza da parte di chi ha preso decisioni e eseguito gli interventi”.

Poi le arringhe finali dei legali delle parti e le successive repliche che da un lato (parte civile), puntellavano saldamente il parere che la morte fosse attribuibile solo alle scelte mediche dei sanitari, mentre dall’altro (difesa imputati) si ripeteva l’assenza di certezze che fossero davvero stati i sanitari a causare la morte del Trento vista la precarietà dello stato di salute dell’uomo.

Il 31 marzo alle ore 12:45 circa è arrivato il verdetto: condannati a 4 mesi (più spese processuali e risarcimento da definirsi in sede civile) l’ex primario e assistente (pena sospesa) e assolta la terza di sala considerata sin dal principio estranea alle decisioni chirurgiche.

Da uno stralcio di intervista al figlio Paolo fatta nel dicembre 2009 ricordiamo: “Vorrei che di mio padre si ricordi il caso umano e non quello giudiziario, non amo accusare nessuno e mai lo farò. Che si scriva di lui come di un uomo felice e sereno che ha creduto fino alla morte di poter ancora una volta riabbracciare i suoi cari nonostante il dolore. Si dica questo di mio padre con un sorriso sulle labbra e salveremo la sua dignità di uomo che ha sofferto”.

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