TORTORETO – “Mio fratello ancora in carcere nonostante non ci siano prove contro di lui”. A distanza di una settimana dall’arresto di Denis Cavatassi, il ristoratore di Tortoreto finito in carcere in Thailandia con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del socio in affari Luciano Butti, il fratello Adriano racconta l’evolversi della vicenda e lo stato di apprensione che stanno vivendo i familiari e gli amici, in attesa di una scarcerazione che, vista la mancanza di elementi certi e prove a convalidare le accuse, tarda stranamente ad arrivare.

Denis sarebbe dovuto essere rilasciato su cauzione già lunedì scorso, ma così non è stato. Inizialmente si era detto che il ritardo era dovuto a questioni burocratiche, a pratiche da espletare e procedure da eseguire, e che tutto si sarebbe risolto nel giro di pochi giorni. Ma così non è stato, e Cavatassi è ancora rinchiuso nel carcere di Phuket, accalcato insieme ad altri 199 detenuti in uno stanzone di 150 metri quadri: nemmeno un metro quadro a testa, con tutte le conseguenze fisiche, igieniche e psicologiche che questo comporta.

“Denis sta bene – afferma il fratello Adriano – ma è psicologicamente a pezzi, è scioccato per quanto gli è capitato, e non si capacita delle accuse che gli sono state rivolte”.

I FATTI: Cavatassi a Phuket gestisce un ristorante insieme ad altri 5 soci, tutti italiani, tra cui Luciano Butti. L’imprenditore è stato assassinato il 15 marzo da quattro sicari mentre si recava in moto in una città vicina: avvicinato da due moto, è stato freddato a colpi di pistola. Dopo l’omicidio un dipendente del ristorante confessa di aver organizzato l’esecuzione per conto di Cavatassi, fornendo anche indicazioni sui 4 killer: due vengono rintracciati ed arrestati, mentre gli altri due  fanno perdere le proprie tracce, e sono ancora oggi ricercati.

L’accusatore sostiene che Cavatassi avrebbe pagato l’ingaggio attraverso un bonifico bancario sul suo conto, e per la Polizia questa è risultato un elemento valido a procedere con l’arresto.

“Mio fratello è stato incastrato – afferma il fratello Adriano – poiché le cose stanno diversamente e la Polizia non ha avviato le indagini in maniera approfondita su altre persone coinvolte in questa storia”. A Phuket intanto c’è la sorella Romina, che sta seguendo la vicenda da vicino, con l’aiuto di due avvocati. In base a quanto riferito dalla difesa, le cose sarebbero andate diversamente. Qualche giorno prima del delitto Butti aveva avuto un forte diverbio con un dipendente del ristorante, tanto che la discussione aveva assunto toni accesi e l’imprenditore lo aveva ripreso anche davanti ai clienti. “In Thailandia criticare una persona in pubblico è considerato un atto gravissimo – spiega Adriano Cavatassi – tanto che può costituire addirittura motivo di vendetta. Oltretutto i soci avevano già deciso che questo dipendente sarebbe stato licenziato appena terminato il periodo di alta stagione”. Tali indicazioni sono state fornite alla Polizia, che però non le avrebbe tenute nella debita considerazione.

I RAPPORTI FRA BUTTI E CAVATASSI: Inizialmente si era parlato di un debito di circa 200mila euro che Butti aveva con Cavatassi, e che sarebbe stato il movente dell’omicidio. “Niente di più falso – assicura Andrea – si è trattata di una voce infondata che è stata diffusa. Del resto le verifiche dei movimenti bancari hanno dimostrato che non ci sono mai state operazioni tali da evidenziare un prestito di mio fratello nei confronti di Butti. E poi se anche ci fossero stati dei debiti, facendo uccidere Butti mio fratello non avrebbe più avuto possibilità di riavere indietro i soldi. E’ una tesi che non sta in piedi”. Adriano smentisce anche le voci sui cattivi rapporti tra i due soci in affari. “Anzi – dice – Denis avrebbe dovuto testimoniare il 24 marzo in favore di Butti nella causa di divorzio milionaria che Luciano stava per avviare con la moglie tedesca, la quale chiedeva per la separazione cospicui capitali e un mantenimento sostanzioso. Se fossero stati in cattivi rapporti di certo Denis non si sarebbe prestato a testimoniare in suo favore”.

I BONIFICI BANCARI: E’ questo l’elemento che ha portato la Polizia ad arrestare Cavatassi: 30mila bath (l’equivalente di 715 euro) versati da Cavatassi sul conto del dipendente e che per l’accusa sarebbero il pagamento per l’esecuzione dell’omicidio. “Il giovane da tempo chiedeva insistentemente a Denis un anticipo sullo stipendio o un prestito a causa di difficoltà familiari – spiega Adriano – Denis spesso non esitava ad aiutare i membri del suo staff quando ne avevano bisogno e quando ne facevano richiesta. Peraltro la gran parte dei suoi soci e dei ristoratori hanno confermato che in questo paese è la prassi anticipare lo stipendio o prestare comunque dei soldi ai propri dipendenti. Il ragazzo che lo accusa di essere il mandante dell’ omicidio, il signor Saowaree, e che ha ammesso di aver organizzato l’omicidio stesso, aveva sottoposto mio fratello a pressanti e disperate richieste di aiuto, descrivendogli una difficilissima situazione familiare. Lo tampinava di telefonate piangendo e chiedendo un aiuto finanziario, che mio fratello alla fine gli ha concesso attraverso 2 trasferimenti bancari giustificati dal fatto di voler avere una sorta di garanzia, di testimonianza del credito concesso. Oltretutto, la somma di 715 euro per commettere un omicidio in 5 sarebbe stata del tutto irrisoria”.

LE TELEFONATE: Tra Cavatassi e il dipendente che ha ricevuto il bonifico sarebbero intercorse diverse telefonate, che per l’accusa sarebbero motivo di contatti sospetti tra i due, anche se il contenuto delle stesse non è noto, visto che non si è ancora proceduto all’analisi delle conversazioni. “Su questo elemento i nostri avvocati stanno facendo pressioni affinchè si faccia luce sui contenuti: si potrà quindi evidenziare che tra mio fratello e il dipendente ci sono state solo conversazioni inerenti il lavoro. Del resto se si fosse trattato davvero di organizzare un omicidio, le telefonate si sarebbero fatte utilizzando sim card diverse da quelle intestate, e quindi più difficilmente rintracciabili”.

LE INDAGINI: Nella vicenda i familiari evidenziano un’altra anomalia: l’arresto di Denis non sarebbe stato subito comunicato dalla Polizia all’Ambasciata italiana, come avviene per prassi con i cittadini stranieri sottoposti a detenzione. L’Ambasciata è stata avvisata solo in un secondo tempo, quando Denis era già in carcere da alcuni giorni. Inoltre la sorella Romina, che segue da Phuket la vicenda,  nota altre anomalie: “Prove e movente a carico di Denis mi sembrano del tutto inconsistenti – dice – ma ciononostante la Polizia sembra molto soddisfatta di aver risolto un caso così difficile in tempi brevi. Pochissimi membri dello staff e solo uno degli altri soci sono stati interrogati, e tutti hanno confermato la normalità del prestare soldi ai dipendenti, nonché il litigio avvenuto tra Butti e il dipendente all’interno del ristorante. Proprio il fatto che la Polizia si accontenti di una soluzione così semplice, peraltro con prove inconsistenti e senza movente mi fa paura. C’ è forse qualcuno con le spalle larghe da coprire dietro tutto questo?”

Intanto l’Ambasciata italiana sta facendo pressioni affinchè si valutino anche tutti gli elementi presentati dalla difesa e ancora non presi in considerazione dal Tribunale, che comunque nei prossimi giorni dovrà pronunciarsi sulla seconda istanza di scarcerazione avanzata dai legali di Cavatassi. In Italia in questi giorni familiari e amici si stanno impegnando in iniziative di sensibilizzazione, affinchè resti alta l’attenzione sul caso, del quale si stanno interessando anche politici sia a livello locale che nazionale.

“Dall’Ambasciata abbiamo avuto rassicurazioni e ci hanno detto di stare tranquilli, e che la vicenda si risolverà presto per il meglio – afferma Adriano – ma visto come sono andate le cose finora, siamo molto preoccupati”.

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