SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Cercasi una casa per Miss Italia. Sarà per la crisi economica, sarà per i conseguenti tagli effettuati dal Governo, fatto sta che Salsomaggiore dal 2011 non ospiterà più la storica rassegna di bellezza fondata da Enzo Mirigliani.

Quarantun anni di collaborazione – seppur non continuativa – interrotti a malincuore ufficialmente lunedì, quando il sindaco della città parmense Massimo Tedeschi ha comunicato la sofferta decisione alla stampa. “E’ una questione esclusivamente di carattere finanziario. Purtroppo non ci sono i soldi. Per la promozione turistica faremmo altre iniziative di minor costo. Non posso tagliare un asilo nido per fare Miss Italia. Quest’anno 600 mila euro proprio non li abbiamo. E non credo che qualche altro Comune ce li possa avere”.

Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più curioso. Esattamente come previsto dal primo cittadino emiliano, in giro per l’Italia non vi è stata ancora alcuna proposta di candidatura alternativa. Non da Jesolo – che solo dieci mesi fa aveva messo in atto una serrata battaglia con le Terme per accaparrarsi l’evento, mentre oggi si dirige verso “altre necessità di spesa” – né tantomeno da San Benedetto del Tronto, che fino al 2005 era stata sede delle prefinali ed adesso guarda altrove.

“I tempi ci inducono a ragionare su diverse priorità legate all’ambito sociale”, afferma il candidato sindaco del Popolo della Libertà, Bruno Gabrielli. Un dietrofront che stupisce particolarmente, perché arriva direttamente da chi, allora nelle vesti di assessore comunale alla Cultura e al Turismo (giunta Martinelli), si era fatto principale promotore e difensore della manifestazione.

“Il primo cittadino di Salsomaggiore – prosegue – ha preso una decisione condivisibile. Ci troviamo dinanzi a cifre impensabili per un amministratore. Comprendo le sue ragioni, il senso di responsabilità induce a ciò”.

Secondo Gabrielli dunque, la Riviera delle Palme non sarebbe economicamente attrezzata per farsi avanti, a meno di qualche intervento privato: “Per le prefinali pagavamo circa 200 mila euro, senza alcun sostegno esterno. La differenza possono farla solo i singoli imprenditori, che magari potrebbero decidere di finanziare quasi interamente lo show recuperando il tutto in sponsorizzazioni e ritorni d’immagine. Il settore pubblico è chiamato a tener d’occhio altri settori ben più importanti in questo momento”.

Ragionamenti figli dell’attuale congiuntura economica nazionale, che tuttavia riportano alla ribalta il dibattito sulla reale consistenza del carrozzone di Raiuno. Già ridotto di un appuntamento nel 2010 (da quattro a tre serate), il concorso naviga da oramai troppo tempo nel paradosso di un rapporto basato su ascolti sempre più mediocri e costi perennemente imponenti. Una contraddizione che sta dando i suoi frutti.

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