Di seguito, un articolo del diario che Raffaella Milandri, la fotografa sambenedettese che viaggia il mondo in solitaria per documentare la condizione di popoli a rischio di estinzione, ha scritto dal Camerun, dove ha incontrato il popolo dei pigmei.
Milandri rivolge un appello alla sensibilità di tutti per far sentire la solidarietà a questo popolo.

La strada per l’est del Camerun, ai confini del Congo, è una lunga arteria di oltre 500 km, sterrata e malmessa. Non c’è traffico, solo grandi camion carichi di gigantesche creature secolari: alberi vittime della deforestazione. Man mano che si procede, i pali della luce scompaiono, i cartelli di vendita di ricariche telefoniche – unica attività molto diffusa in Camerun – scompaiono, e le pance dei bambini si gonfiano di malnutrizione.

Inizio la visita di villaggi dei pigmei Baka, il più diffuso popolo della foresta. I problemi sono chiari e lampanti: la deforestazione, in quanto i pigmei vengono scacciati dai terreni assegnati alle compagnie forestali, o anche da chi pratica deforestazione illegale; i parchi naturali, in quanto grandi lotti di terreno, con foreste e animali, vengono salvaguardati e quindi non possono essere abitati; le miniere, come sopra. Nessuno protegge il popolo della foresta, anzi molti non hanno documenti d’identità e quindi, in teoria, non esistono come cittadini. Nemmeno qualche politico indomito trova la voglia di censire, e quindi rendere elettori, questa gente. Ma il peggio deve ancora venire.
Nel villaggio del capo Robert, di 78 anni (“Sua Maestà” è l’appellativo dei capo villaggio), il mio appello a parlare dei loro problemi viene accolto, ed è un fiume in piena. Con me c’è padre Jerome, un sacerdote camerunense che mi aiuta nella traduzione.
Come molti villaggi dei Baka, anche il suo – dopo la ultima migrazione forzata – giace lungo una strada, vicino ad un villaggio bantu (i bantu sono la popolazione dominante in Camerun).
“I bantu ci picchiano, ci picchiano, ci picchiano. Ci riempiono sempre di botte. Ci prendono con la forza e ci fanno lavorare nei campi, e poi ci danno 200 franchi (30 centesimi di euro) per un giorno di lavoro. Ci trattano come animali. Qualche volta invece dei soldi ci danno degli stracci usati, per vestirci”. Discriminazione, violenza, schiavismo, violazione dei diritti umani.
Mentre sono a parlare con Robert e tutto il villaggio in circolo, arriva una donna inviperita che urla: “Non si può parlare con i Baka, bisogna prima parlare col capo bantu!” e via una sequela di urla e minacce. Se ne va, io la ignoro, padre Jerome le dice di stare calma e gli abitanti del villaggio Baka fremono di paura. Vado in macchina a prendere i doni per loro (sapone, fiammiferi, etc) e mi ripagano con una grande gioia. E’ un dono inaspettato, sono felici. Ad un certo punto vedo il capo Robert dare ordine di mettere via tutti i doni. Capisco perché: una delegazione di bantu sta arrivando in pompa magna, arrabbiatissima. E’ il momento del confronto. “Non potete visitare i pigmei senza chiedere permesso al capo bantu! Noi chiamiamo il Prefetto!”
Io rispondo d’impeto: “Il capo Robert è mon ami, è mio amico”, E qui, mentre io sarei pronta a combattere con rabbia, padre Jerome usa tutta la diplomazia di cui è capace. “Se c’è interesse ad aiutare i pigmei, potreste avere benefici anche voi nel vostro villaggio”. E poi chiede scusa ai bantu per avere osato andare dai Baka senza chiedere permesso alla loro autorità.
Davanti alle scuse, che io non sarei mai stata capace di fare, i bantu rimbrottano e poi pian piano se ne vanno. “Merci, grazie” dico a loro. Ho paura che, dopo che andiamo via noi, li maltrattino e li picchino. Oltre a rubare i doni.
Nel prosieguo del cammino, trovo altri casi simili. E’ la disperazione. E’ la sofferenza. Il martirio. Non immaginavo tutto questo. Anche padre Jerome dice “E’ stata davvero una grande esperienza che mi ha toccato. Non sapevo”.

UN APPELLO
Quando tornerò in Italia, contatterò il CERD dell’Onu. Farò una raccolta di lettere e firme da inviare al Parlamento del Camerun. Riprenderò il mio ciclo di conferenze sui popoli indigeni e ovviamente mostrerò queste testimonianze. Vorrei tanto inviare anche beni di conforto per questi villaggi che vivono nella povertà più totale. Mi appello a chi mi legge fin da ora. Facciamo qualcosa. Chi è armato di buona volontà, mi contatti. I pigmei sono un popolo in agonia e in pochi anni scompariranno, per la indifferenza di tutti. Intanto, il mio viaggio continua.

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