SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E’ di recente scomparso Aldo Fiorentino. Una persona molto conosciuta in città, che anche noi ricordiamo per il suo carattere socievole e per la sua curiosità intellettuale. Gino Troli lo ricorda così: con piacere, gli diamo lo spazio che merita, unendoci al cordoglio di familiari e amici.

Il suo sorriso,il suo commento acuto, la sua attenzione penetrante, il saper parlare con tutti e curioso di ognuno, il suo essere sambenedettese come nessun altro senza esserci nato, il trovarlo ogni giorno quando avevi bisogno di un amico che non dice mai no,tutto questo non c’è più. Aldo Fiorentino ci ha salutato e il giorno dell’ennesima sconfitta del suo amato Torino ha detto “io me ne vado” da questa Italia che non è più quel paese che io ho sognato e per il quale mi sono impegnato perché fosse sempre migliore. Una coscienza civile, la sua, come poche: sempre attento ad ogni abuso, alle contraddizioni della vita che molti di noi lasciano scorrere senza dire “no,così non va”, lettore attento di ogni fatto di cronaca che sviscerava sui giornali per capire che cosa ci dicesse dell’oggi e della società sempre meno etica, Aldo, il sociologo (era questa la sua laurea) lo faceva sul campo, seconda una concezione che gli era propria, di analisi della gente reale, che incontrava ogni giorno passeggiando con l’inseparabile dalmata, Abel, con il quale parlava alla pari dicendo che lo riteneva più saggio di molti uomini, e non aveva torto.

Con tutti una parola e da una parola a un discorso: ricordo le storie umane che riusciva a collezionare, di cui ogni volta che ci incontravamo ero goloso perché ti sapeva raccontare vite vere di persone concrete con cui aveva saputo intessere un rapporto umano tanto da intercettare quella voglia di parlare che le persone hanno e che lui sapeva cogliere quasi come uno psicanalista popolare di buone letture sociologiche e psicologiche. Quante storie mi ha raccontato, anche nel palazzo regionale, quando la sua sensibilità sapeva entrare nei problemi umani di ogni impiegato spiegandomi le ragioni di un comportamento, il perché di un’efficienza o di un’ inefficienza, la perdurante inconcludenza di alcuni, la capacità di celarsi dietro paraventi di apparenza di altri.

Aldo ti sapeva tirare fuori dalla depressione con una parola o uno sguardo, ma ti sapeva anche far scendere dalla mongolfiera quando credevi di aver preso il volo. E tutto con estrema leggerezza. Senza che lo chiamassi, lui c’era. Un giorno rimasi in Polonia con una gamba orribilmente rotta: tutti a dire poverino che sfortuna. Aldo era lì ad accompagnarmi dentro una sanità postcomunista quasi infernale, ad assistermi mentre qualcuno mi diceva “Non si preoccupi la opero io” e ai miei occhi sbarrati rispondevano i suoi come a dirmi “Fidati non ti resta altro”. Al risveglio c’era lui, sull’aereo di ritorno stracolmo tanto da non darmi due posti per tenere distesa la gamba operata c’era sempre lui, che nel suo esperanto cercava di far capire al personale che era assurdo.

Per non dire della mia convalescenza lunghissima dopo un’altra operazione ad Ancona, al ritorno, perché rischiavo la gamba, accudita con profonda amicizia e naturale generosità da lui, sempre attento all’altrui abbattimento e capace di rinnovarti il senso della vita anche quando la vita sembra non avere senso. Non solo parole ma fatti, per amici e consanguinei: la famiglia, i suoi figli, il pensiero costante alla loro capacità di inserimento in una società difficile, tutto fatto con la sua caratteristica fondamentale, la discrezione, l’esserci al momento necessario, il non invadere mai il campo della autonomia personale, il rispetto assoluto degli altri. Infine quell’amore trascinante per i nipoti: la piccola Elena vista come un seme del nuovo futuro con la stupita meraviglia della sua acuta intelligenza e della grazia con cui si affacciava alla vita.

Un dono desiderato che la vita gli ha riservato prima che un destino beffardo gli togliesse il piacere di vederla crescere, di starle vicino come sapeva fare solo lui, il nonno Aldo, che era nonno di tutti noi con il suo fare protettivo. Perché in fondo ci vedeva ancora piccoli come ci aveva conosciuti, quando, bibliotecario ad Ascoli, ci apriva gli scrigni della conoscenza con una avvertenza per l’uso della vita: ” Nei libri trovate le armi di difesa ma sappiate che la realtà è una montagna da scalare giorno per giorno e non una volta per tutte”.

Per questo ci ha accompagnato fino alla nostra vecchiaia (perché lui era giovane dentro) e Dio sa quante volete rimpiangeremo di non averlo più.

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