L’AQUILA – Il 6 aprile 2009, ore 3:32. L’Aquila non dimenticherà mai. Per alcuni una ventina di secondi, per altri è durato un minuto, per tutti in quel frangente la terra ha inghiottito le loro anime ed è sembrato che anche il cielo notturno tinteggiato di rosso gli crollasse addosso. Ecco gli aquilani, a quasi due anni dal terremoto, dopo new town e una vita svolta ormai solo in periferia.

Troppe cose sono state dette, tanti giudizi e critiche politicizzate, ci atterremo a descrivere quello che abbiamo visto, a riportare le dichiarazioni dei pochi aquilani che abbiamo incontrato in un nostro recente viaggio. Fermamente convinti che tale disgrazia debba essere trattata nel pieno rispetto di chi la vive.

Arriviamo a L’Aquila alle 12 del 9 gennaio, subito ci troviamo davanti a una città che è diventata un cantiere senza lavori in corso: puntellati e recintati la maggior parte degli edifici e molto lentamente si riaprono al pubblico le strade principali. Tutto fermo, tutto bloccato. Addirittura in giro si trovano volantini di persone che cercano lavoro come muratori. “Sono affissi da mesi, inutilmente”, mi conferma una ragazza. Camionette con militari ovunque, dicono per evitare furti e che qualcuno si faccia male.

Cominciamo a girare a piedi partendo dal posto in cui sorgeva la Casa dello studente, completamente rasa al suolo. Appese alla recinzione di sicurezza tutte le foto dei ragazzi morti, fiori, e una una raccomandata (vedi pdf), che dimostra che dal 1999 si è cercato, invano, di risanare l’edificio. Proprio vicino alle macerie più emblematiche della città, in memoria dell’accaduto è sorta Piazza 6 Aprile.

Non bisogna abituarci a questa città fantasma”: grida l’AQ Giovani. I membri dell’associazione, tutti ragazzi, domenica 9 gennaio erano in Piazza Duomo, la loro piazza, quella del centro storico in cui avevano organizzato una merenda per riappropriarsi dei loro luoghi. Una loro rappresentante, Silvia Carrozzi, ci parla del problema legato alla nascita dei centri commerciali: ”Ormai ci vogliono far credere che siano i nuovi punti di aggregazione e che siamo fortunati ad averli. I negozianti sono costretti per questo motivo a lavorare sette giorni su sette, nonostante una legge regionale consenta una chiusura settimanale. Pensate che ci sono attività che non possono permettersi i dipendenti. Noi di AQ Giovani stiamo lottando per evitare che la nostra città si abitui a sopravvivere in periferia”.

Incontriamo poi al “Bar dello Stadio”, il proprietario Giacomo Giacomantonio, che lottò per riaprire la sua attività immediatamente dopo il terremoto. “C’era bisogno di dare una speranza alla città. Il mio bar si trova in una zona poco colpita perché priva di abitazioni, nonostante ciò, mi avevano dato la chiusura forzata. Mi sono opposto. Dopo una settimana, sono riuscito a restituire almeno un servizio utile alla mia gente”.

Abbiamo chiesto un po’ in giro come mai i cantieri di ricostruzione non partono. Ci è stato detto che gli uffici, comunali, provinciali, regionali, rimbalzano le domande a costruire. Insomma per le nuove strutture, la procedura è stata immediata, mentre per la ricostruzione, c’è gente che aspetta da più di un anno che gli si approvi il progetto. “Noi aquilani, siamo gli ultimi a sapere le cose. C’è chi dice che i soldi della ricostruzione ci sono, c’è chi afferma il contrario. Tutto è cambiato. La terra che quella sera si muoveva come le onde del mare, ha modificato strutture, le ha spostate di diversi centimetri. Una volta la Fontana luminosa, guardata da Corso Vittorio Emanuele, occupava una posizione centrale, ora risulta spostata” ci fa notare Gemma Corridore.

A L’Aquila vige la disperazione di chi non intravede nemmeno un barlume di futuro, di chi al minimo rumore si blocca impaurito, di chi tra le macerie ancora presenti pare che senta ancora le grida dei 309 sepolti vivi, di chi si commuove al ricordo di persone che hanno perso tutto in una sola notte, che scavarono, purtroppo inutilmente, a mani nude nel più totale buio, guidati solo dalle grida dei loro cari pur di salvarli.

Nonostante tutto si intravede anche la determinazione di chi vuole ricostruirsi una vita nel posto in cui ha sempre abitato. La forza di alcuni commercianti che non si sono arresi ad una chiusura forzata e hanno riaperto i loro negozi, in una sorta di mercatino permanente, con affissa ad ogni ”bancarella” la via in cui avevano l’attività. Il coraggio dei ragazzi che promuovono tante iniziative, realizzando addirittura un video su “La tipica ragazza aquilana”

Lasciamo L’Aquila come chiunque abbia messo piede nel capoluogo abruzzese e non ne parli per sentito dire, con un’unica consapevolezza, su quanto sarà difficile che riprenda a vivere in breve tempo.

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