dal settimanale Riviera Oggi numero 849 del 29 novembre 2010

CUPRA MARITTIMA – “Marinaio”: una parola che rievoca nella nostra memoria figure affascinanti, sogni, romanticismo e fatica. Il marinaio lo si immagina tra le vele spiegate, in mezzo al mare blu, nel silenzio, con lo sciabordio lungo lo scafo, padrone della sua libertà.
Questa settimana continuiamo a descrivere un marinaio cuprense che ha lottato duramente in un tempo dove la primaria necessità era la sopravvivenza.
L’arte del marinaio Guglielmo Veccia l’apprese sin da piccolo. Nato a Cupra Marittima il sei di giugno del 1922, è memoria storica di un periodo pionieristico e affascinante, duro ma romantico.
Ma a Cupra c’era un piccolo porto? Dove attraccavate le barche?
“Un tempo a Cupra c’erano sei barche. Si attraccavano nei pressi del “Flammini” e lì vicino c’era anche la casetta della Finanza, poiché all’epoca non era a San Benedetto. Erano barche mercantili, portavano a Fiume in Istria merci come piante d’aranci e di limoni oppure il vino. E i nostri marinai si occupavano anche di piantare ciò che avevano trasportato. Da Fiume tornavano con il denaro, piatti di porcellana, fagioli e legname. Spesso il guadagno si aveva così”.
Ha mai avuto paura del mare?
“Il mare non sempre è amico, i miei ricordi risalgono a quando mio padre uscì con la barca e prese un fortunale, una tempesta, riuscì a rompere le catene dell’attracco e la barca fu trascinata da Cupra fin dentro il porto di Ortona. Poi, durante una mareggiata, l’imbarcazione dove c’erano mio padre e altri cuprensi se la vide bruttissima, il mare all’improvviso s’incattivì, all’epoca si andava con la barca a remi, eravamo tutti preoccupati per la loro sorte. Persino il prete della nostra parrocchia, dalla scalinata della chiesa, prese la reliquia di San Basso e la sollevò in direzione della tempesta. All’improvviso, ricordo, ero poco più che un bambino, il mare si chetò lasciando tornare a casa i nostri cari. Fu un vero miracolo, incredibile vedere il mare calmo al centro di una tempesta proprio là dove passavano i nostri”.

Ma quanti tipi di pesca ha praticato?
“Ho usato la tecnica antica chiamata sciabbica. Una pratica di pesca fatta da terra da un gruppo di persone che ritirava in secca la rete precedentemente buttata in mare a semicerchio da una barca a remi detta “la lancetta”, un metodo antico e faticoso. “Lu cucullè”, poi, consisteva in uno sbarramento per pescare le anguille da terra, mentre i “parancali” li usavo per pescare in alto mare. Sarebbe un cavo munito di tanti ami con esca”.
Una tradizione secolare che sta scomparendo, pochi i superstiti di questa tradizione così antica che li vedeva con la “sciabica” in mare.
Ma le reti chi le aggiustava?
“Ho ancora le immagini di quando vedevano mio nonno sulla spiaggia intento a rammendare le reti di cotone danneggiate, con le sue sapienti mani che guidavano la “navetta” per poi riporle nell’imbarcazione per essere riutilizzate il giorno seguente”.
C’è stato un periodo di cambiamento vissuto da molti marinai, basta uno sguardo alla spiaggia per percepire il mutamento dell’ultimo trentennio: le lunghe e solide barche di legno sono state sostituite da più piccole imbarcazioni di plastica e vetroresina.
Oggi si prende il mare per puro divertimento, i nuovi materiali e le nuove tecnologie hanno trasformato la pesca adattandosi ad un mare che non ha più la generosità di un tempo.
L’esperienza vissuta dai nostri marinai è motivo d’orgoglio, un’antica sapienza frutto di secoli, di chi ha vissuto in maniera naturale il mare.

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