dal settimanale Riviera Oggi numero 848 del 22 novembre 2010

CUPRA MARITTIMA – La parola “marinaio” rievoca nella nostra memoria figure affascinanti, sogni, lo immaginiamo tra le vele spiegate, in mezzo al mare blu, nel silenzio, con lo sciabordio lungo lo scafo, padrone della sua libertà.
La nostra storia non è esattamente così romantica ma certamente interessante. Questa settimana proviamo a descrivere un marinaio cuprense che ha lottato duramente in un tempo dove la primaria necessità era la sopravvivenza.
L’arte del marinaio Guglielmo Veccia l’apprese sin da piccolo. Nato a Cupra Marittima il sei di giugno del 1922 ha molti ricordi dei suoi cari: “Mio padre ha sempre navigato con i vapori e mio nonno partiva da Genova con un veliero alla volta di Buenos Aires e impiegava sei mesi per raggiungerla, trasportava cotone e altre mercanzie. I viveri durante il viaggio li prendeva tramite altre barche che facevano da ponte”.
Lei ha sempre vissuto a Cupra?
“No, all’età di venticinque anni, poco più che maggiorenne e fidanzato, sono partito per l’Argentina. Partii con “Ernestì”, Ernesto Marconi un paesano e amico. Molto tempo prima mio padre e mio nonno fecero la stessa cosa e lavorarono alla costruzione del porto di Montevideo in Uruguay, su un puntone con la gru”.
Quando è tornato, si è ristabilito in famiglia?
“Dopo questa esperienza, dove guadagnai dei soldini, tornai in Italia nel ’54 per sposarmi e ripresi l’arte del pescatore a Cupra, insieme a mio fratello. Si pescavano le vongole con la “stanga” non come oggi, non si usava il tubo aspirante che sta distruggendo l’ecosistema”.
Perché ha scelto di fare il pescatore?
“Una scelta dettata dalla necessità di campare una famiglia dignitosamente come hanno fatto mio padre, mio nonno e i miei avi. Dettata, poi, dall’amore per il mare dove sono cresciuto. Nella mia vita mi sono sempre adattato anche a fare altri mestieri, lavorando, sempre onestamente. Il mestiere del pescatore era molto faticoso: ci si doveva alzare di notte e recarsi nella marina di Cupra Marittima per tirare fuori dai casotti le reti e le nasse da posizionare”.
Come avveniva la pesca delle vongole?
“Con la barca a remi, prendevo il mare alle prime luci dell’alba. La pesca delle vongole consisteva nel buttare l’àncora, allungare il cavo d’acciaio recuperandolo con il verricello. Il cavo poi trainava il cesto di ferro nel fondale al quale era attaccata la stanga. Il tutto a forza di braccia, erano le braccia di quattro persone a turno: uno reggeva la stanga con movimento ondulatorio per “smarrare” la sabbia dal cesto di ferro ed evitare l’insabbiamento, un altro puliva il pescato e due erano impegnati nei due lati del verricello. Come ho detto pescavo vongole, solo più tardi abbiamo comprato una barca più grande ma si pescava anche quello che la stagione consentiva: triglie, sogliole”.
Uno strumento ancora oggi molto usato: le nasse. Le usavate? Ci spiega cosa sono?
“Per mettere le nasse ci si alzava prestissimo, iniziai a tredici anni. Si incominciava verso aprile per continuare a marzo e giugno. Sono dei cesti quadrati o rettangolari di giunco, all’epoca erano retati e venivano affondati tramite dei pesi. Avevano un’apertura a imbuto in modo che la seppia entrata, attratta dalle foglie d’alloro, depositava le uova senza uscirne più e una mobile, sul lato più largo che permetteva di aprire e prelevare il pescato”.
Fin dove siete arrivati a pescare con la vostra barca?
“Si arrivava a pescare anche verso Vasto, lasciavamo il nostro mare calmo e arrivavamo laggiù dove il mare era più impetuoso. Prima a Porto Sant’Elpidio non c’erano i vongolari e ho pescato anche lì. Non si poteva prevedere la forza del mare, solo l’esperienza insegnava, una volta il mare burrascoso durava un mese e anche due e non si poteva andare a pescare. Il mare da levante non consentiva la pesca, ora è cambiato tutto, ora dura solo uno o due giorni”.

(continua)

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