GROTTAMMARE – Un’altra musica è possibile. A prezzi umani (in questo caso gratis, ma il prezzo altrettanto “umano” dei Cd in vendita permetteva di dare il proprio sostegno in soldini oltre che parole). In un teatro caldo e intimo. Seduti. Tranquilli. Che bello.

Ettore Giuradei al Teatro dell’Arancio, Grottammare, lunedì sera. Concerto organizzato in combinazione fra associazione socio-culturale Radici Migranti e Luca Desideri,  Comune (assessorato alle Politiche Giovanili delegato a Daniele Mariani) e “Stile Libero”, il centro di aggregazione giovanile che nasceva esattamente dieci anni fa e lunedì ha festeggiato il traguardo con l’organizzazione di questo gioiellino dell’intrattenimento intelligente.

Giuradei è un cantautore bresciano, un frullatore di stili e generi, come oggi va per la maggiore. Non è uno stile, forse è l’ode al postmoderno. Combinazione di stili e suoni come unica via di produzione artistica nel tempo in cui si è visto tutto e fatto tutto e sentito tutto. Sarà…. comunque il caleidoscopio di suoni e parole ha funzionato a dovere. Fra qualche pezzo che ci è sembrato un po’ più easy e le rudi ma dolcissime nenie acustico-elettriche che ne tracciano lo stile e il solco.

Tastiere classicheggianti e dai richiami prog, una sessione ritmica robusta con un batterista tutto adrenalina, letti sonori di chitarre acustiche ed elettriche, e la sua voce di bambolina che ha messo le dita nella corrente elettrica. Intimo e aggressivo, testi che ondeggiano fra parole in libertà e versi fulminanti (“Si va avanti non ci si ferma a pensare/A capire che la faccia non serve/Serve la tessera, l’impronta/La catalogazione/L’identificazione/La modernizzazione/La coglionizzazione”). (“Stupito ti spiego cos’è/non capisci/anzi pensi/che quello che dico/non è che lo dico/perché voglio dirlo/ma perché devo parlar/e allora sto zitto/mi faccio da parte/e allora tu pensi/che faccio un po’ il figo/l’intellettuale/non voglio parlare/perché non mi va/è difficile capire/l’incertezza delle cose/la verità che passa/in ogni calice).

Una forza espressiva sincera quanto piazzata sulla scena, che si concede alla recita senza scendere negli stereotipi.

E poi la musica: scorci blues, sprazzi di jazz rock, folk mitteleuropeo, cupo progressive. Toni da cantastorie del Nord, un crooner padano imbevuto nel vin brulè e negli ansiolitici.

Bene bravi bis.

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