dal settimanale Riviera Oggi numero 847

CUPRA MARITTIMA – Nel nostro percorso alla scoperta dei mestieri di un tempo con le testimonianze di vita cuprense, non poteva mancare un mestiere umile, ma antichissimo: la mezzadria.
Non sempre è facile descrivere le cose, così come, non è facile descrivere i sentimenti e il vissuto di una cultura alla quale la maggior parte di noi appartiene.
Un’appartenenza che affonda le origini in anni antichi, e oggi per i nostri giovani è difficile rendersi conto di quanto la cultura contadina abbia inciso sulle vite di ognuno di noi.
Proviamo a descrivere questa condizione attraverso la famiglia Mora che per più di 134 anni ha lavorato sotto mezzadria nelle proprietà terriere dei Boccabianca prima e dei Conti Vinci, poi.
Centotrentaquattro anni sempre sullo stesso podere?

“Si, la storia comincia molto tempo prima di nonno Filippo e dei suoi tre figli Giuseppe, Marino e Benedetto, talmente prima che la memoria si perde. Soltanto i più anziani ricordano i racconti dei padri o dei nonni, con tutti i particolari, era un’epoca unica ed irripetibile ma anche molto povera e tribolata”.
Lei di quale dei tre è figlio?
“Io sono il figlio di Benedetto, sono Filippo Mora nato nel trentuno, con i miei fratelli abbiamo lavorato quelle terre con grande profitto e impegno. Allora si coltivava a quinti, si arava con i buoi, c’era la “perticara” di legno e le erbe che soffocavano le colture si toglievano tutte a mano. Poi c’era la stalla che ci occupava a tempo pieno, all’epoca era nostro interesse portare avanti tutto ciò che produceva il fondo anche se spesso si dormiva poco”.
Come si viveva nella sua famiglia patriarcale?
“Non si viveva male, mia madre nel suo piccolo non ci faceva mancare nulla. A volte cucinava i tagliolini o la polenta. A volte se si mangiava insalata fungeva sia come primo che come secondo. Solo dopo la guerra il nostro tenore di vita migliorò. Era la nostra ingegnosità e la nostra fatica nella cura dei terreni che coltivavamo che ci dava sussistenza. Eravamo una ventina di persone a tavola e nessuno si permetteva di dire questo non mi piace, si faceva quello che diceva il capofamiglia. Del resto eravamo più fortunati di molti contadini che erano in condizioni di vita assai difficili. Chi non aveva un po’ di terra non poteva contare certo sul profitto di un pollaio, sull’orto, sul maiale né provvedere a scaldarsi”.

Che rapporti avevate instaurato con i padroni del podere?
“Lavoravamo tanto e avevamo la fiducia e questo ci bastava. Ricordo un aneddoto capitato alla mia famiglia, il soprannome della nostra casata era “Capetò” e qualche colono un po’ chiacchierone si andò a lamentare dal fattore delegato dal Conte Vinci riferendo che facevamo la cresta sui guadagni della terra. Il fattore, di tutta coscienza, rispose che probabilmente era vero, ma era anche vero che il nostro fondo rendeva più di tutti gli altri”.
Cosa faceva quando andava alla villa?
“Avevo dodici anni, la guerra non era ancora finita. Avevo una cavalla molto buona e con il birroccio, la domenica andavo a prendere a Cupra il prete Don Enrico per la celebrazione della Santa Messa a Villa Vinci. Da piccolo spesso andavo a mangiare nelle cucine della villa e si mangiava anche bene. Ricordo che i cavalli in uso a Villa Vinci erano della nostra stalla, io li cavalcavo di nascosto dei miei genitori. Perchè quando se ne accorgevano, ne prendevo di santa ragione”.

Come ha vissuto il periodo della mezzadria?

“La mezzadria è stata per secoli l’attività agricola predominante ma poi è decaduta trasformandosi in conduzione diretta. Ricordo che era dura, si lavorava tanto e poi arrivavano il fattore o gli uomini di fiducia a prendere la parte e con essa tutta la nostra fatica. Comunque non ci siamo potuti mai lamentare, Vinci ci ha dato la possibilità di avere casa e della terra da lavorare, posso definirlo un vero signore”.

Cosa ha cambiato la trasformazione dello stato di mezzadria?

“Il contratto di mezzadria era un accordo tra colono e padrone, decadendo si è rischiato che la tradizione della cultura contadina scomparisse, non essendoci più la trasmissione di una sapienza antica alle giovani generazioni che hanno trovato posto di lavoro nelle fabbriche”.
Come avveniva la divisione dei prodotti con il proprietario?
“Tutti i prodotti della campagna, dopo il raccolto, venivano trasportati sull’aia o nel magazzino del padrone. Qui venivano lavorati dalla mia famiglia e poi divisi; è difficile descrivere come si lavorava mentre le macchine della mietitura sferragliavano dividendo la pula dal chicco, il tutto avveniva rigorosamente sotto gli occhi del fattore o dell’uomo di fiducia. Sotto il Conte Vinci nessuno si è potuto lamentare, ci ha trattato bene, all’epoca, il momento della divisione e dei conti era quasi sempre svantaggioso per il mezzadro: qualche volta veniva assegnata la parte peggiore, o comunque, una buona parte era trattenuta dal padrone per pagare le spese anticipate o per saldare debiti contratti precedentemente. Ma questo non era il caso della mia famiglia”.
Quando avete avuto il riconoscimento e che cos’è?
“Nell’anno 1955, io e zio Giuseppe cioè “zio Peppì”, capofamiglia, andammo alla Camera di commercio e dell’agricoltura di Ascoli Piceno per ritirare un premio che consisteva in una medaglia d’oro. Su quel terreno ci siamo nati e cresciuti e abbiamo avuto anche un riconoscimento della fedeltà al lavoro e al progresso economico per avere effettuato per 134 anni la coltivazione del fondo di proprietà del Conte Giovanni Vinci di Cupra Marittima”.

L’evoluzione della società negli ultimi cinquanta anni e l’avvento della tecnica e dell’industrializzazione hanno reso obsoleti i modi e le tecniche tradizionali di coltura delle campagne, apportando cambiamenti nel nostro modo di vivere e rischiando di far morire le tecniche di coltura indispensabili per il soddisfacimento delle nostra sussistenza alimentare.

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