dal settimanale Riviera Oggi numero 846 del 3 novembre

CUPRA MARITTIMA – Prosegue il nostro viaggio nei mestieri di una volta, quelli portati via o cambiati radicalmente dalla modernità. Testimonianze, esperienze di vita, uno sguardo su un mondo antico partendo da Cupra Marittima. Dopo aver parlato di Antonio Lelli e dei suoi carri agricoli, questa volta tocca a un altro piccolo artigiano. Un mestiere fatto con la testa e con le mani, un’arte dove si metteva anche l’anima. Sono occhi azzurri quelli di Eligio Evangelisti, occhi dai quali traspare la memoria e la bontà di tempi nei quali non servivano grandi cose, né si avevano grandi pretese. Nato nel ’36, ereditò l’arte del fabbro: “Ma inteso come una volta, non come oggi”, spiega Eligio.

Dove ha appreso il mestiere?

“Dalla mia famiglia che da Campofilone si stabilì a Cupra. Fabbri da generazioni, a casa mia il mestiere veniva tramandato da padre in figlio. Nella nostra famiglia è una tradizione molto antica, tramandata da generazioni, e io sono l’ultima”.

Com’era la sua famiglia, che vita svolgevate?:
“Mia nonna tesseva il panno e curava i figli, mio nonno era fabbro come i suoi genitori, una famiglia come tante, semplice e onesta”.
In cosa consisteva il lavoro del fabbro all’epoca?
“Mio padre Alfredo creava oggetti in ferro oppure in latta, dava forma al metallo utilizzando attrezzi a mano per martellare, curvare, tagliare. Riscaldava il ferro che era allo stato grezzo fino a farlo diventare incandescente, e successivamente lo sottoponeva alla lavorazione. Importante era il colore dell’incandescenza del ferro per la lavorazione”. “Inoltre all’epoca si faceva anche da maniscalchi, nelle campagne i buoi venivano ferrati con ferri forgiati al momento, fatti su misura a seconda che si trattasse di cavalli o buoi, si sollevavano per tenerle ferme con un attrezzo chiamato “lu travaglje”.
Che persona era suo padre?
“Lo vedo ancora accanto al vistoso mantice, la forgia, l’incudine bicorne e la conca rachitica per raffreddare e mantenere la tempera del ferro e lì si trovava il tavolo da lavoro, era un uomo sempre allegro e con la passione per la cucina. Quando si organizzavano i pranzi di una volta, nonostante avesse grandi mani era capace di preparare cose delicate”.

E’ stato per lei un bravo insegnante?
“Il lavoro era faticoso ma molto creativo, richiedeva esperienza e abilità che si acquisisce di generazione in generazione. Per un artigiano, il proprio mestiere è l’unica risorsa vera su cui contare, insegnarlo richiede tempi lunghi, ricordo che aiutando mio padre imparavo e talvolta anche a suon di scapaccioni”.

Cosa riuscivate a creare nella vostra officina?
“Si creavano zappe, falci messorie, coltelli, asce, vomeri, forche, vanghe ma anche gli stessi strumenti di lavoro che usavamo noi, come chiodi, viti, compassi e calibri e tutto ciò che è materiale ferroso, allora c’erano necessità, nelle campagne, diverse da oggi”. Con la sua calma e con tono scherzoso poi aggiunge: “Si usciva con gli amici e ci si trovava a cena, ricordo che aggiustai una padella per cucinare un pollo una sera, aveva un buco e io sapevo come fare, allora non c’erano i negozi e la mancanza di denari costringeva più a riparare che a comperare pezzi nuovi”.
Dov’era il suo laboratorio?
“La bottega si trovava sotto la nostra casa e in inverno soprattutto era un vero luogo di ritrovo, in cui gli amici trascorrevano i lunghi pomeriggi invernali chiacchierando mentre svolgevo il mio lavoro. Nei ritagli di tempo, imparavano a suonare il mio strumento musicale: la fisarmonica”.

La fisarmonica? Era bravo anche con la musica?
“Formavamo dei gruppi musicali e solitamente venivamo chiamati per animare le feste. Allora si mieteva a mano, si arava con i buoi, era tutto più faticoso ma certamente meno stessante della vita di oggi. Era anche una festa, quando si “scardozzavano” i granturchi, le fatiche si esorcizzavano con la musica e l’allegria”.

Era redditizio il suo lavoro?
“Nei tempi passati c’era scarsità di denaro in circolazione e questo condizionava non solo il modo di vivere, ma soprattutto il sistema di pagamento, tanto che veniva usato il pagamento a “staio” o anche detto “accordo”.

Cosa significa?
“A volte ero pagato con legna da ardere, grano o granoturco, fagioli, patate, formaggio e prodotti della terra in genere, a seconda della grandezza del terreno. Allora la parola data contava e l’onore era importante”.

Lo spopolamento delle campagne crea l’estinzione di molti mestieri, probabilmente nel nostro decennio assisteremo a nuove estinzioni senza nemmeno accorgercene.

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