dal settimanale Riviera Oggi numero 844 uscito in edicola il 25 ottobre


SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il 2010 venne ricordato come l’anno del boom del fotovoltaico all’italiana. Vediamo nel dettaglio quali furono le principali caratteristiche di questo periodo memorabile. Gli storici intanto continuano ancora ad arrovellarsi sulle etichette e sulle definizioni: “L’alba del silicio”, “il magico mondo delle colline a specchio”, “la consapevolezza dell’inutilità dell’agricoltura nell’economia globale”.
Cerchiamo qui di ricostruire e definire meglio quel periodo, consci della chiara lucidità di pensiero che solo la distanza temporale dai fatti può dare.
TRIONFO DELL’ECOSOSTENIBILE Protocollo di Kyoto, riscaldamento globale, energie alternative. Fino a quel momento rimanevano vuote parole, enunciazioni di principio buone solo per tarpare le ali alla preoccupante Cina. Certo, ci fu qualcuno che timidamente provò a limitare le coperture fotovoltaiche ai tetti, agli stadi, ai capannoni industriali. Ci furono cittadini e comitati che provarono a far riflettere dall’alto della loro saccenza anti imprenditoriale. Ma il Rinascimento del silicio li spazzò via. La nuova frontiera stava lì, sulle colline. Da lì venne la nostra libertà energetica. Perché limitarsi a un tetto quando possiamo prenderci il Mondo?
Le colline picene furono la Firenze di questo nuovo Rinascimento. Irregolari declivi un tempo ubertosi di inutili e polverosi frutti lasciarono spazio a morbide distese di specchi, piste di atterraggio per Ufo sponsorizzati dall’Enel, comode tettoie calorose sotto le quali i giovani che conoscevano l’Amore iniziavano a prendere confidenza con Cupido.
VIGNE? PUSSA VIA Le vigne divennero prima utili biomasse da bruciare, poi dei vuoti ricordi di un passato arcaico. Ecco il leit motiv dei fautori di sviluppo, che ringraziamo con ardore.
“La ricerca scientifica ci ha donato la polverina rossa solubile dalla quale ricavare tonalità di vino tannico e odoroso di bosco, degno di verbose dispute dialettiche fra sommelier. Basta con le vigne, basta con lo schiavismo delle vendemmie, basta con i trattori inquinanti che per giunta fanno pure rallentare i nostri Suv mentre mordono i tornanti ripani o le salite acquavivane”.
Parlarono così gli Illuminati campioni del fotovoltaico, l’innovativa classe imprenditoriale, i mecenati dei pannelli solari, disposti a sacrificare denari e terra per donare benessere ed energia a tutti, in primis a loro stessi. I maligni postcomunisti sibilavano “facile parlare di innovazione se hai gli incentivi statali”, ma erano solo stalinisti che non comprendevano quanto sia bella e brava Mamma Roma. Insensibili, in definitiva.
TURISMO DEL SILICIO Basta con la vuota retorica del paesaggio, basta con la polverosa coltivazione diretta, basta con gli agriturismi. Il nuovo turismo piceno divenne la terra promessa per frotte di esteti e studiosi di arte post-postmoderna. Colline futuristiche, lastricate di specchi neri e scintillanti, cellule di energia allo stato puro. La perennemente litigiosa Penisola aveva bisogno di regolarità, di uniformità di vedute. Le colline fotovoltaiche picene ne divennero l’emblema. Basta con le disparità, basta con le vigne di qua e i pomodori di là. Lastre di pannelli dappertutto, fu così che finalmente si compì il sogno risorgimentale dell’unità d’Italia. Dalle Alpi a Lampedusa, uniti nel silicio.
IL PROVERBIALE ALTRUISMO DEI PICENI Imprenditori alle prese con la crisi superarono la crisi, quella loro e soprattutto quella dei produttori di pannelli solari tedeschi di vecchia generazione, ormai obsoleti. Gli altruisti Piceni se li papparono tutti. Fu una fulgida prova del loro altruismo. Altrettanto si poteva dire rispetto alla Cina. Aiutammo il gigante asiatico a sfoltire la sua superproduzione di ortaggi al Ddt e di uva alla stricnina. La importammo tutta noi. Idem nel turismo. C’era troppa negatività nelle italiche genti di quel tempo, e si comprese che dipendeva dall’invidia delle nordiche popolazioni che buttavano i loro risparmi per godere (che ingenuità) dei colori delle colline picene. Intanto gli inglesi non acquistavano più i casolari in Toscana e in Umbria perché glieli stavamo vendendo noi. Non potevamo però fare questo ai fratelli centroitalici, ne avrebbero sofferto troppo. Per non cagionare invidia in loro, eliminammo la ragione del contendere. Troppo turismo, doniamolo ad altre popolazioni bisognose. Fu questo un altro atto di somma generosità. Il silicio guarì le nostre anime e i nostri portafogli. Perdemmo le coltivazioni tipiche, ma chissenefrega. Nei discount si trovava comunque di tutto e di più. I sapori erano ben diversi da quelli di prima? Chissenefrega, l’abitudine rende insensibile il palato. E il silicio invece gonfia il portafoglio.
Le cantine chiusero e si cominciò a bere vino rosso del Malawi e vino bianco del Kirghizistan. Nessuno morì di sete.
Il silicio ci aiutò, il silicio ci salvò. Ora lo comprendiamo appieno. Facciamo un brindisi con questo vino vietnamita, cari amici miei. E poi tutti a pranzo da me. Sformato di carciofini transgenici delle campagne texane, arrosticini di pecora che ha brucato erba sintetica, deliziosa minestra di pomodori all’antiruggine. E poi, chi vuole, un bel pisolino all’ombra del pannello. Evviva.

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