dal settimanale Riviera Oggi numero 840

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Harry Shindler. Di lui, tra i primi a farlo, si è già occupato il nostro settimanale mentre esistono almeno quattro servizi su You Tube. Sei mesi fa La Repubblica gli ha dedicato un’intera pagina a cura di Marco Patucchi con il quale Harry sta scrivendo un libro. Dalla pronuncia del cognome ricorda un po’ quello dell’industriale tedesco Oskar Schindler che, in pieno regime nazista, riuscì a salvare migliaia di vite di ebrei da cui il famoso film “Schindler’s List”premio Oscar di Steven Spielberg.
Invece lui è inglese purosangue, nato nel distretto di Lambeth, un quartiere del sud di Londra il 17 luglio del 1921. Esordisce con un «Scusi il mio italiano» che invece è perfetto e ben articolato con una leggera inflessione di un dialetto misto tra l’ascolano ed il sambenedettese.
Oggi, ad 89 anni, rimasto vedovo da cinque, non risiede nella capitale britannica ma in un piccolo attico a Porto d’Ascoli. Come il suo quasi omonimo germanico ha deciso di essere un “salvatore”, ma di ricordi, di fatti e di avvenimenti di più di sessanta anni fa quando, appena ventenne, in quel lontano 22 gennaio del 1944 sbarcò ad Anzio con le truppe alleate per risalire l’Italia sbaragliando la linea Gotica dei tedeschi fino a Trieste. Giunto ad Ascoli Piceno, Shindler fa parte di un piccolo gruppo distaccato presso la stazione ferroviaria con il compito di addestrare all’uso dei nuovi carri armati due reparti del nuovo Esercito Italiano che sta nascendo dalle ceneri fasciste, il Battaglione San Marco ed il Nebbio.
«Forse era destino», asserisce con una punta di riservatezza tutta britannica. Ed è infatti qui che conosce una giovane ragazza picena, quella Ida Sorrentino che sposa e dalla quale ha l’unico figlio Maurizio che nascerà nel vecchio ospedale del capoluogo piceno. Torna a Londra portando con sé la famiglia. Nel 1974 compra un appartamento a San Benedetto per venirci a passare le estati e rivedere così i familiari della consorte. Ma il destino vuole che «come in una vera saga famigliare che si rispetti» asserisce divertito, il figlio Maurizio, ormai adulto e laureato all’Università di Londra in ingegneria informatica, durante una vacanza estiva nella Riviera della Palme conosce Vincenza, una ragazza romana che, come accaduto al padre, gli ruba il cuore e si sposano trasferendosi nella capitale. «Ci regalano tre splendidi nipoti, tutti nati a Roma e romani veraci», rileva con una punta di orgoglio Harry che proprio per essere vicino a loro nel 1982 con la moglie decide di lasciare Londra e trasferirsi nel capoluogo italiano. Intanto i tre maschietti crescono ed oggi Andrea, 37 anni, fisico nucleare, fa ricerche a Berlino mentre Marco, 31 anni, allena nel campionato italiano di calcetto a cinque e Luca, ad appena 21 anni, svolge attività di ricerca ecologica all’Università La Sapienza di Roma.
A Roma Harry Shindler un giorno si accorge che, mentre in molti piccoli paesi italiani esistono monumenti e lapidi che ricordano la liberazione dall’orrore fascista e nazista, proprio nella città che rappresenta l’Italia nel mondo non c’è traccia di un simile evento se non una piccola placca semi nascosta tra l’erba di fronte al Foro Traiano.
«Da qui l’idea di erigere un monumento dignitoso per dare giustizia non al bisogno ma al dovere di ricordare le tante giovani vite spese alla causa della Liberazione di questo splendido paese. Sia degli alleati sia degli italiani che li appoggiarono». L’idea piace a pochi, specie se l’intenzione è quella di erigerlo in Piazza Venezia. «Mi offrirono decine di alternative – ricorda Harry – ma io volevo, come gesto altamente simbolico, proprio la piazza da dove furono tenuti i più deliranti comizi dell’era fascista». Inizia l’iter lungo e tortuoso ma grazie alla sua tenacia ed all’aiuto dell’amico Mario Gullace e a Giuseppe Mannino Presidente del Consiglio comunale capitolino il monumento viene inaugurato il 2 giugno del 2006, lo stesso giorno in cui si celebra il 60° Anniversario della Repubblica Italiana, presenti le principali autorità militari e rappresentanze di ex combattenti alleati e partigiane.
Dalla vicenda Harry pubblica “Roma ricorda i suoi liberatori”. Il libro, edito sia in versione italiana che inglese, è preceduto da una prefazione di Giuliano Vassalli, Presidente Emerito della Corte Costituzionale. Ma è solo l’inizio. A Roma c’è un’altra lapide che «ricorda la strage di La Storta – precisa Shindler – un quartiere della città dove, prelevati in via Tasso, furono trucidati tredici civili, tra i quali il sindacalista e parlamentare Bruno Buozzi ed un militare rimasto sconosciuto».
A questo soldato Harry, a circa 60 anni dai fatti,con l’aiuto del quotidiano La Repubblica, riuscirà a dare nome e cognome. E’ Gabor Adler, di origini ungheresi, arruolatosi a Gibilterra nell’esercito britannico, alias capitano John Armstrong dei Servizi Segreti di Sua Maestà. Il clamore di questo ritrovamento fa sì che a Shindler inizino ad arrivare senza sosta richieste di ex combattenti, di ex partigiani, di gente semplice che il destino accomunò in momenti di altissima umanità, solidarietà e fratellanza, al di là di schieramenti e convinzioni di razza o di appartenenza etnica. Così due gemelli italiani della Val di Sangro, oggi adulti, vorrebbero sapere che ne è stato di quel soldato alleato che salvò la vita alla loro madre. «Si, ma di quale nazionalità? Inglese, Canadese, forse Nuova Zelanda? Magari è morto in battaglia» si chiede Harry. Ma, nonostante l’apparente difficoltà, lui ha già messo le poche informazioni in una cartella ed ha iniziato la ricerca che, fino ad ora, si è sempre conclusa con successo.
Come la richiesta del piccolo Comune di Cinaglio, in provincia di Asti, che voleva celebrare e ricostruire la biografia del capitano John Keany, ufficiale britannico ucciso dai tedeschi nel 1944. O quella di Gianna Vanni, nata dalla relazione della madre con un giovane soldato scozzese durante l’avanzata delle truppe alleate in Toscana. Dove non hanno potuto la Regina d’Inghilterra ed il Presidente della Repubblica Italiana ai quali la Vanni si era rivolta, è riuscito Shindler. Non solo ha trovato il nome, Leonard Larson, scomparso in Sud Africa, ma è riuscito a mettere in contatto Gianna con il figlio di quest’ultimo.
L’ultimo in ordine di tempo è il desiderio struggente del figlio di un soldato italiano prigioniero di guerra in Inghilterra. «Vorrebbe conoscere e ringraziare la famiglia britannica che trattò il genitore come un loro figlio», commenta commosso Shindler. E siamo certi che, anche in questo caso, riuscirà a mettere la parola “missione compiuta” . Consultando con pazienza e costanza decine di libri telefonici, estrapolando i nomi in inglese per poi contattarli telefonicamente. Così lavora il novantenne Harry Shindler, ex geniere dell’esercito inglese, ex General Manager del “Managers Pubs”, rappresentante in Italia dei veterani inglesi della Seconda Guerra Mondiale. Sposato e purtroppo vedovo di una ascolana, con nuora romana, ed innamorato perdutamente di San Benedetto perché: «La sua gente è semplice, alla mano, gentile e generosa»

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