MONTEPRANDONE – “Il lavoro è un bene comune. L’attacco ai diritti e il lavoro che non c’è”, di questo si è parlato nell’incontro con Giorgio Cremaschi, già segretario generale della Fiom Cgil e attualmente presidente del Comitato Centrale della federazione sindacale dei metalmeccanici, organizzato giovedì sera dalla sezione provinciale di Rifondazione Comunista nella Sala Convegni di Piazza dell’Unità a Centobuchi.

Un convegno incentrato sul tema nevralgico del lavoro proprio alla vigilia dell’importante manifestazione nazionale Fiom Cgl, organizzata a Roma il 16 ottobre sulla scorta dei fatti di Pomigliano D’Arco.
Ad introdurre il dibattito Massimo Rossi, consigliere provinciale di Rifondazione Comunista, intervengono anche il professor Antonio Di Stati, docente universitario di diritto del lavoro all’Università Politecnica delle Marche, il segretario del circolo di Rifondazione Comunista di Monteprandone e una rappresentanza di lavoratori.

Una analisi, quella di Cremaschi, illustrata anche nel suo ultimo libro, “Il regime dei padroni”, di recente uscito nelle librerie per gli Editori Riuniti.

“Anche se c’è rassegnazione – dice Cremaschi – esiste una parte del Paese che sta alzando la testa. E il 16 ottobre rappresenta una data importante per quanti credono che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sul suo sfruttamento. Nel nostro Paese, infatti, non c’è solo un attacco ai lavoratori e alla Fiom, ma ai cardini della democrazia stessa, ai primi 11 articoli della Costituzione e alla dignità delle persone. L’idea generalizzata è quella di avere toccato il fondo, nella scuola, nella sanità, nell’intera vita quotidiana. Per questo la nostra mobilitazione non intende semplicemente essere il punto d’arrivo di una vertenza sindacale, ma un inizio per fermare la deriva che in 30 anni ha sgretolato lentamente diritti e libertà faticosamente conquistate”.

Sono i padroni oggi a fare la nuova lotta di classe – continua l’esponente sindacale – Ci suonano nelle orecchie la stessa musica da 30 anni: il mercato, l’impresa, la globalizzazione. E intanto i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, tengono le redini delle nostre vite e vogliono convincerci che stanno lavorando per noi e se ci lamentiamo siamo irriconoscenti. Quello che propone Sergio Marchionne, amministratore delegato delle Fiat, non è semplicemente un contratto sindacale, ma un nuovo modello di società, che evoca il modello servile ottocentesco in cui i baroni dettavano unilateralmente le condizioni e i lavoratori obbedivano. In perfetta coerenza rispetto a tale disegno, il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, attacca l’articolo 41 della Costituzione, bollandolo quasi come comunista, quello che garantisce cioè la libertà d’impresa nel rispetto però dell’utilità sociale, della libertà e della dignità umana”.

“Tanto che oggi si è giunti di fatto all’attacco del Contratto Collettivo Nazionale. Ciò significa che, a parità di condizioni, il dipendente di un’azienda potrà essere pagato meno di quello di un’altra azienda dello stesso settore. Un gioco al ribasso che rischia di ledere ulteriormente la dignità dei lavoratori ”.

Cremaschi prosegue facendo un’analisi della storia recente del nostro Paese, dividendola in un prima e in un dopo il 1980.
il 14 ottobre di quell’anno, infatti, la cosiddetta “Marcia dei quarantamila” alla Fiat di Torino segna un punto di rottura nella storia delle lotte sindacali. Quando quarantamila impiegati e quadri Fiat scesero in piazza a Torino per protestare contro i picchetti che impedivano loro di entrare in fabbrica a lavorare. In breve il sindacato capitolò e chiuse la vertenza con un accordo favorevole alla Fiat. Così inizierebbe la progressiva perdita di potere del sindacato in tutto il Paese e la sottrazione di diritti ai lavoratori.
Prima di quell’anno infatti i lavoratori erano pagati con tre voci salariali: scala mobile, contratto nazionale e contratto aziendale. Si lavorava 40 ore, tutti gli straordinari erano contrattualizzati e i contratti a tempo indeterminato erano la regola, inoltre l’imprenditore era tenuto ad attingere dalle liste pubbliche di collocamento. La pensione poi arrivava con 35 anni di anzianità e valeva il 65 per cento dell’ultima retribuzione.

“Come vediamo oggi – continua – si è gradualmente abdicato ad ognuno di questi diritti. In tutti i settori. La Gelmini, ad esempio, vuole fare con la Scuola ciò che Marchionne ha fatto con la Fiat, distruggere il sistema per ricavare piccoli spazi alla scuola privata, cosicché chi vorrà qualcosa di buono, dovrà pagare”.

Tutto verrebbe giustificato in nome della crisi e delle esigenze dell’economia di mercato.

A questo proposito il professor Di Stati, docente universitario di diritto del lavoro, si chiede se esista davvero una relazione tra crisi economica e qualità/quantità di diritti dei lavoratori. La risposta sembrerebbe essere, no.
“I tre grandi momenti di crisi nella storia del nostro Paese – spiega – sono anche quelli di maggiori conquiste per i lavoratori. Il biennio immediatamente successivo alla prima guerra mondiale nonostante le difficoltà economiche vide una grande affermazione di diritti dei lavoratori. E ancora il ’48 con la firma della Costituzione. l’Europa era in ginocchio devastata dalle conseguenze del secondo conflitto mondiale, eppure vennero affermati principi come il diritto al lavoro in condizioni di eguaglianza per tutti e il controllo sociale sulle attività produttive. Infine, gli anni ’70, grande avanzata dei diritti dei lavoratori nonostante la crisi economica e lo choc petrolifero (piena affermazione del principio delle pari opportunità, la scala mobile, la riforma pensionistica, il contratto dei metalmeccanici, e, soprattutto, la nascita, nel ’78, del Sistema Sanitario Nazionale). Ciò significa che quando i lavoratori sono uniti ed esercitano un forte potere sociale, ottengono più diritti a prescindere dal quadro economico che li racchiude”.

“La libertà d’impresa non garantisce la ripresa del sistema, occorre rimettere al centro un’economia finalizzata al bene comune” dice Rossi, auspicando la nascita di una sinistra che possa ridare sponda alle lotte dei lavoratori partite da Pomigliano D’Arco.

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