SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Mi trovavo, incidentalmente, a Venezia, domenica 12 settembre, giorno in cui la Lega Nord, come avviene dal 1997, conclude il suo cammino celticizzoide versando l’ampollina raccolta alle sorgenti del Po, lassù sul Monviso, sulle acque non altrettanto cristalline di Venezia. E, curioso come sono, tra una visita immancabile a San Marco e una a Punta della Dogana (imperdibile l’esposizione d’arte contemporanea), mi sono recato nel luogo dove “El Ghè” Umberto Bossi arringava la folla verdevestita. Mi avvicinavo al Ponte della Veneta Marina, e a quel punto, mentre in lontananza la voce roca ma inconfondibile del Senatùr sembrava persino accarezzare le bandiere sventolanti, davanti a me un gruppo di una decina di persone passeggiava mostrando un semplice Tricolore. Un ragazzo con una maglia con scritto, alle spalle “Articolo 11” e, di fronte, il testo dell’articolo della costituzione che recita “L’Italia ripudia la guerra”, alcune donne, un consigliere comunale veneziano che poi, leggendo dalle cronache nazionali, risulta Marco Gavagnin, della lista 5 Stelle, area “grillina”. Tra gli altri, avevo riconosciuto Piero Ricca, agitatore politico e blogger, celebre sul web per le contestazioni a viva voce della classe politica italiana. Ho seguito il percorso del gruppo per circa cento metri, fotografando nel frattempo quel che viene chiamato “folclore” leghista, dovutamente documentato nell’ampia fotogallery.
Sugli scalini del ponte, prima di scendere nell’area propriamente deputata al comizio, il flusso del gruppo è stato bloccato dalla polizia – in borghese e in divisa – poiché già da qualche decina di metri le invettive fra i leghisti e Ricca e compagni, pur restando a livello verbale, avevano raggiunto livelli di guardia (clicca qui per vedere il video integrale). Insulti political trash da Seconda Repubblica, capirete: “Comunisti!”, al che Ricca rispondeva “Ve lo ha insegnato Berlusconi!”. E poi: “Siamo qui per mostrare il tricolore simbolo dell’Unità nazionale (tra l’altro esposto in non poche, ma nemmeno troppe, finestre dei veneziani, ndr)! Siamo contro le leggi vergogna votate da Maroni e Bossi”. Attorniati dalla polizia, venivano circondati adesso da una piccola folla di leghisti. “Forza Paraguay!, grazie Lippi”, urlava uno, inneggiante alla squadra che ha eliminato la Nazionale ai recenti Mondiali di Calcio.

Ma era il meno: di fatto il popolo leghista, quel popolo che esprime con convinzione e orgoglio ministri e Ministro dell’Interno, esprimeva con lo stomaco quello che sentiva: ecco allora, nell’insieme di offese all’Unità nazionale, che colpiva l’atteggiamento di due ragazzine, forse neppure maggiorenni, che cantavano gioiose al sole veneziano “Bruciare il tricolore, bruciare il tricolore!”. Oppure, alla cafonal: mentre Ricca e i suoi “provocavano” (???) cantando “I-ta-li-a-I-ta-li-a”, ecco che i leghisti rispondevano con un affollato “Pa-da-ni-a-Pa-da-ni-a”.
Il resto lo lasciamo immaginare, e, mentre Ricca e compagni venivano scortati via dopo essere stati identificati, il Senatùr scandiva il rituale “Padania! Lombardia! Veneto! Piemont!” e i militanti rispondevano, a tono, “Libera!, libero!”. E poi, ancora: gruppetti che inneggiano apertamente alla Secessione, bandiere e magliette con la scritta “Indipendenza” nelle varie declinazioni dialettali, e ancora, delegazioni orgogliose di leghisti abruzzesi, maceratesi e dell’Alto Lazio, a giustificare un successo elettorale che, come indice di gradimento fra i propri milianti, non sembra avere riscontri negli altri partiti “di massa”.
Nella Venezia che, come scrisse Camillo Boito e immortalò Luchino Visconti in “Senso”, vide l’insurrezione italiana contro i dominatori austriaci, l’esposizione della bandiera nazionale diviene nuovamente un atto politico, etichettato addirittura di sinistra (per dimostrare che il mondo s’è proprio capovolto).
Questi i fatti. I commenti e gli approfondimenti li lasciamo, oltre che alla notevole galleria fotografica, ai nostri lettori.

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