Fotovoltaico nei terreni agricoli, ospitiamo di seguito l’articolato intervento dell’ex assessore provinciale Olimpia Gobbi, oggi componente del “Tavolo Piceno sulla Green Economy” e della “Rete marchigiana di cittadinanza”. La Gobbi, favorevole a una regolamentazione restrittiva dei cosiddetti campi fotovoltaici, espone le sue considerazioni in merito alle recenti prese di posizione di Confindustria, sul tenore di questo suo intervento del giugno scorso

ASCOLI PICENO – “A leggere le dichiarazioni della Confindustria Ascoli, che affida a Giovanni Cimini, presidente della Sezione Energia, il compito di accusare di arretratezza soprattutto la Provincia di Ascoli Piceno per aver regolamentato l’installazione dei pannelli fotovoltaici nelle campagne, viene spontanea una domanda: è questa l’imprenditoria picena del futuro, quella che dovrebbe vedere il territorio come una risorsa e non come semplice punto di appoggio per le proprie attività da realizzare secondo il criterio del suo massimo ed immediato profitto? Colpisce – e non lascia ben sperare- che siano propri gli industriali della Green Economy a rimproverare le istituzioni di aver fatto il loro dovere, di aver ascoltato i bisogni espressi da cittadini, amministratori comunali, imprenditori ed associazioni agricole e turistiche; di aver tutelato le qualità del territorio e per questo di aver indirizzato l’installazione dei pannelli, come avviene in tutta l’Europa più avanzata, verso aree idonee (nuove abitazioni, zone e capannoni industriali, aree di sosta), limitandone le possibilità di impianto nelle zone rurali”.

“Sono questi industriali, che più di altri dicono di credere nella ricerca, a sostenere che la regolamentazione danneggia l’innovazione delle industrie “green” del Piceno: forse perché ora è possibile fare gli impianti che si vuole ma non si possono spandere “a caso” nelle campagne fotovoltaico per 850 milioni di euro, equivalenti ad almeno 250/300 ettari? Ma dov’è l’innovazione in tale operazione, visto che il tutto consiste nell’ installare pannelli progettati e fabbricati altrove, tecnologicamente arretrati, che la Germania non usa più e ricolloca nell’Europa del Sud? Qual è l’apporto originale e creativo dell’industria picena? Quale know how, quale occupazione seria e duratura ci può essere per gli installatori ed i manutentori di tali sistemi tecnologici, superati e fuori mercato?”.

“E sono sempre questi industriali, che più di altri dicono di credere nel sistema locale, nel valore aggiunto delle sue qualità naturali, agroalimentari, culturali e paesaggistiche, a lamentare che la mancata disseminazione nelle campagne picene di centinaia di ettari di pannelli produca un grave danno all’agricoltura. Come sanno gli agricoltori, ben altro richiede la grave crisi del settore; interventi che gli ridiano vita anziché speculare sul corpo del moribondo; interventi che non uccidano chi cerca di reagire. Come le centinaia di aziende agricole, impaurite e talvolta disperate proprio per quei campi di pannelli che spuntano ovunque, che sterilizzano il terreno, deturpano il paesaggio a ridosso di agriturismi, a confine di coltivazioni biologiche e tipiche, in aree panoramiche, sui crinali e vicino a monumenti, mettendo in crisi irreversibile investimenti, lavoro, prodotti tipici, turismi, futuro della nuova agricoltura”.

“Dov’è la madre di una vera “economia verde”: nella terra, in chi la coltiva e valorizza le sue risorse o nei facili profitti degli installatori di pannelli? Perché, a guardar bene, questo è il punto: dietro la febbre di disseminare subito quanto più fotovoltaico possibile nelle campagne, anziché sui capannoni ed in altre zone idonee, ci sono gli incentivi statali, da sfruttare comunque e rapidamente perché presto finiranno, e c’è il maggior utile dato dai suoli agricoli, meno costosi e più disponibili rispetto ad altre aree. Ed allora, altro che innovazione, altro che Obama! Riempie di tristezza il constatarlo, ma purtroppo dietro la green economy aleggiano i vecchi, soliti “vizi” di quel capitalismo italiano, un po’ arrogante, che succhia pubblici incentivi e guarda con ammirazione chi “specula, intasca e fugge”. Il capitalismo che negli anni Sessanta e Settanta ha coperto la valle del Tronto di capannoni spesso mai utilizzati, nati per intascare i sussidi della Cassa del Mezzogiorno, o quello che negli ultimi decenni ha delocalizzato o distrutto con spregiudicate operazioni finanziarie industrie sane, ricche di saperi e capaci di stare sul mercato. “Infischiandosene” altamente dei lavoratori, del territorio e di quel sistema locale di cui magari in qualche pubblico convegno confindustriale aveva decantato il ruolo strategico e la centralità”.

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