leggi qui la seconda parte dell’inchiesta

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Un bel giorno il cancello del deposito viene aperto, vengono prelevati dei macchinari da parte della ditta che li ha acquistati, e nel frattempo alcuni sacchi di sostanze chimiche si rompono e una parte del contenuto si dissemina su una porzione dell’area.
In questo articolo vi raccontiamo i nuovi e più recenti fatti avvenuti nel deposito di stoccaggio rifiuti in via Val Tiberina, zona Agraria, a pochi metri dal cavalcavia dell’autostrada A14. Documenti e relazioni alla mano, possiamo raccontarvi come lo stato di pericolosità ambientale del luogo, già certificato da mesi, è stato se possibile reso ancora più incombente dopo alcune operazioni realizzate lo scorso otto luglio nel deposito.
Come abbiamo raccontato nelle due puntate precedenti di questa inchiesta, il deposito di stoccaggio rifiuti era in funzione dal 2004, grazie ad una autorizzazione rilasciata dalla Provincia di Ascoli alla società “La piattaforma Ecologica Srl”. Nel luglio 2009 la società fallisce. Da quel momento il deposito diventa incustodito e incontrollato, come certifica anche il curatore fallimentare Sauro Renzi in una lettera al Comune nel settembre 2009. Poi, come abbiamo raccontato, alcuni sopralluoghi della Polizia Municipale denotano la presenza di materiali pericolosi e infiammabili e il rischio di formazione di percolato, con paventate infiltrazioni nella vicina condotta delle acque piovane che sbuca al mare.
Il Comune, perciò, a giugno emette un’ordinanza che impone la realizzazione di una catalogazione esatta dei rifiuti presenti e una messa in sicurezza. Spese da saldare per mezzo dei 70mila euro di polizza stipulata da “La piattaforma ecologica” nel 2006. In base all’autorizzazione concessa dal giudice delegato nel febbraio scorso, il curatore fallimentare non acquisisce i rifiuti al novero dei beni in liquidazione. Alcuni macchinari che si trovano nell’impianto, invece, rientrano fra i beni che possono essere venduti. E infatti vengono acquistati dalla ditta Eco Consul di Folignano, che lo scorso 8 luglio si reca in via Val Tiberina per smontarli e prelevarli.

E poi cosa accade? Accade che spostando alcuni sacchi per permettere di smontare i macchinari si verificano dei danni agli imballaggi. E una parte del contenuto (materiale chimico) fuoriesce dai sacchi disseminandosi in terra.
Lo certifica la relazione di servizio con cui la Polizia Municipale racconta il suo sopralluogo dell’otto luglio scorso. “All’interno del sito erano in corso lavori di spostamento della massa ingente dei rifiuti ivi esistenti, compresi quelli pericolosi accatastati in sacchi di plastica sul fronte ovest. Quest’ultimi rifiuti consistono in materiali chimici del tipo resine stireniche-divinilbenzene con gruppi terminali solforici, resine a scambio ionico, poliacrilammide e sacchi non identificabili. Nelle operazioni di movimentazione dei rifiuti non pericolosi e di quelli pericolosi, sono stati danneggiati gli imballaggi del materiale chimico, con conseguente perdita di parte del contenuto che si è disseminato su una porzione dell’area del sito”.
La relazione della Polizia Municipale poi riferisce che quel giorno arrivano sul posto anche dei tecnici dell’Arpam, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Il rappresentante legale della Eco Consul, stando al verbale Arpam, dichiara di aver dovuto spostare i rifiuti per poter smontare i macchinari diventati di sua proprietà e che, durante lo spostamento, alcuni sacchi si sono rotti mentre altri erano già rotti. Durante il sopralluogo poi l’Arpam dà prescrizioni per la copertura dei rifiuti, accumulati all’aperto nel deposito.
Il giorno dopo, scrive la Polizia Municipale, si accerta che una parte dei sacchi di rifiuti pericolosi era parzialmente coperta da un telo di plastica con dei pneumatici soprastanti a sostenerlo. Mentre l’altra pila di sacchi di rifiuti pericolosi sul lato ovest risultava, alla data del 9 luglio scorso, “priva di copertura, tutto il materiale era stoccato all’aperto”.
La conseguenza di tutto ciò viene da sé. La relazione infatti ribadisce che “lo stato dei luoghi può presentare presumibili potenziali pericoli per la salute pubblica ed inquinamento ambientale e pericolo d’incendio”.
I tecnici della ditta Analisi Control di Corridonia, incaricati dalla Picenambiente che a sua volta si sta occupando della caratterizzazione dei rifiuti nel deposito, valutano che i sacchi di cui è stata provocata la rottura possono essere identificati in quei sacchi contenenti resine stireniche-vinilbenzeniche, resine a scambio ionico e poliacrilammide.
Materiali pericolosi, in particolare le resine a scambio ionico. Dagli accertamenti condotti si vede poi che le polveri chimiche si sono miscelate fra loro e sono esposte agli agenti atmosferici.
Il sindaco Giovanni Gaspari, lo scorso 12 luglio, deve così emanare un’altra ordinanza, indirizzata al curatore fallimentare e alla ditta che ha acquistato i macchinari, identificandoli come “corresponsabili dell’alterazione dello stato dei luoghi” e intimando l’immediata messa in sicurezza del sito con rimozione e smaltimento dei materiali chimici disseminati nell’area e di quelli racchiusi negli imballaggi danneggiati.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 379 volte, 1 oggi)