SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non se ne vogliono andare. Sanno di essere nel torto, e dicono di starci male. «Ma che dobbiamo fare? Abbiamo figli piccoli, qualcuno di noi lavora e molti no, e chi lavora guadagna pochissimo. E poi queste case che abbiamo occupato non erano assegnate a nessuno, sono pure piccolissime, le hanno rifiutate per questo». Ma su questo ultimo punto, come vedremo, c’è una diversità interpretativa non da poco con le istituzioni.
Sono gli abusivi di via La Malfa. Quartiere Agraria, case popolari dell’Erap. Occupate abusivamente da oltre un anno. Alcune famiglie sono originarie del meridione, chi siciliano, chi napoletano. Ragazze madri, mogli e figlie di persone che stanno in carcere. Reclamano i loro diritti «casa, lavoro e famiglia. Ora ci vogliono togliere pure i figli, ma siamo pazzi? Chi ci tutela?».

Due nuclei familiari martedì mattina erano in Comune. La situazione è rimasta calma, ma il sindaco Gaspari e l’assessore Emili non li hanno ricevuti. La posizione degli amministratori pubblici è chiara da tempo. Dice il sindaco: «Le azioni di forza non possono creare un precedente, non si possono togliere i diritti acquisiti da altre persone».

E su questo punto specifichiamo. Secondo la versione ufficiale del Comune, su sette appartamenti solo uno è effettivamente assegnato in base alle graduatorie dell’Erap. Spetta a una coppia con un figlio disabile grave. Gli altri appartamenti sono, ad essere precisi, “assegnandi”. Significa che stanno in quella quota di appartamenti che l’Erap si riserva per le mobilità: ad esempio, per le famiglie che sono già assegnatarie ma possono spostarsi in un altro appartamento popolare se, per esempio, i loro figli vanno via oppure, nel caso inverso, ne nascono altri. Sono una sorta di “case di riserva”, ma il fatto che non siano state assegnate (ancora) non vuol dire che possano essere occupate abusivamente. Questa la posizione del Comune. Che aggiunge per voce dell’assessore al sociale, Loredana Emili: «Abbiamo offerto loro dei lavori stagionali negli alberghi, dei corsi per avere il patentino da saldatore, case a Monteprandone e Martinsicuro dove gli affitti sono più bassi. Ma non ci vogliono andare. Li accompagneremmo economicamente per un anno, dando loro contributi per pagare metà degli affitti».

Già, non ci vogliono andare. Non tutti: gli occupanti che abbiamo incontrato martedì in Comune hanno due “scuole di pensiero”. C’è Antonella, ragazza madre con due figli, che andrebbe pure fuori città. «Io lavoro, ma guadagno pochissimo, come pago l’affitto?». Sinani, madre di quattro figli, dice che vuole restare a San Benedetto: «Ci sono tantissime case vuote, di proprietà del Comune e dell’Erap. Ho partecipato al bando per l’assegnazione ma mi dicono che non ho i requisiti, che devo fare dieci figli? Alla Caritas non vado a far mangiare i miei figli, fra i tossici e i barboni. I miei bambini si traumatizzano, vogliono restare qui». Il marito, italiano, dice che l’abitazione alternativa proposta dal Comune avrebbe una vasca di eternit in bagno e i termosifoni solo in una stanza. Si tratta di un edificio popolare effettivamente vetusto, che il Comune e l’Erap intendono sistemare. Se non ci fossero inquilini che hanno riscattato le abitazioni che ora dunque sono loro proprietà, si potrebbe pensare a una demolizione e ricostruzione. Ma ora non si può. Le case alternative a Monteprandone e Martinsicuro? Del gruppo presente martedì in Comune, c’è anche chi nega di aver ricevuto l’offerta. Ma secondo il Comune la proposta è stata fatta eccome.
Lucy vive con una sorella, un fratello e la mamma. Tutti maggiorenni. «Non c’è lavoro, non troviamo lavoro. Lavoreremmo pure, faremmo i lavoretti per il Comune. Ma senza casa come si fa a lavorare?». Chiedono di parlare con un magistrato, chiedono che le loro situazioni vengano esaminate caso per caso.
La “trattativa” con il Comune si è arenata. E secondo Gaspari e la Emili, non certo per colpa loro. «Abbiamo trovato loro dei lavori, gli abbiamo assicurato sostegno economico per un anno. Mica tutte le famiglie in difficoltà sono così fortunate. Tutti hanno i loro diritti, anche chi attende una casa dopo essere entrati in una regolare graduatoria. Lo ribadiamo: non li buttiamo in mezzo di strada, ci mancherebbe. Ma siano collaborativi».

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