Un mio carissimo amico, ingegnere, ora anziano, trevigiano di nascita nel cuore, nel sangue e nel respiro, dirigente per moltissimi anni di un ente pubblico, tecnico della provincia di Trento, seppure ente nazionale, mi raccontò che nel 1944, praticamente a 18 anni, faceva parte di un gruppetto di amici giovani studenti trevigiani che cercavano di salvare uomini, mamme, vecchi e bambini quando avvenivano dei bombardamenti andando a raccoglierli per portarli all’ospedale, sempre che fossero ancora vivi.
In particolare ciò avvenne il 7/4/1944 quando a Treviso vi fu uno dei bombardamenti più grandi che la storia della seconda guerra mondiale ricordi in Italia dovuta verisimilmente al fatto che gli alleati, perché il bombardamento fu degli alleati, pensavano che Treviso, a 30 km da Venezia, potesse essere area strategica depositaria di armi nascoste.
A questo bombardamento, che pensate, è ancora talmente vivo nella memoria dei trevigiani che il 7 aprile tutte le campane della città suonano a stormo la mattina in tutte le chiese, a lungo, proprio lui estrasse da questi piccoli rifugi che non erano altro che nascondigli scavati nella terra delle mura di Treviso, una piccolina di 2-3 anni, non ricordo bene.
E la salvo portandola con sé.
Dell’altro diverso destino di quanti erano dentro nel rifugio è meglio non parlare.
Nel 1994, in coincidenza con il 50° anniversario di questo bombardamento, il Gazzettino di Treviso organizzò un incontro tra esponenti della cultura, politici, amministrazione comunale, la stampa e quanti in qualche modo avessero partecipato e contribuito a operazioni di salvataggio ovviamente per i disastri di perdite di vite umane avvenute in quelle circostanze.
Fu invitato ovviamente al tavolo dei relatori anche il mio carissimo amico.
Il quale iniziò e concluse praticamente il suo piccolo intervento, non storico, ma umano e psicologico, dicendo : “el sogno de a me vita saria saver se quea putea che go salva,  ea xe ancora viva, quanti anni che a ga, cossa che a fa e dove che a sta!”.
Si alzò una donna, ovviamente sui 65 anni, semplicemente dicendo  : “quea putea son mi!”.
Non credo che occorra che io continui il discorso per proporre anche a Voi il quesito di come abbia fatto il mio amico ingegnere a sopravvivere e come lo faccia anche adesso a raccontare agli amici, me compreso, questo fatto.
La poesia della storia, dell’amore del prossimo, la bontà, la vita umana, la speranza che anche se le apparenze sono drammaticamente contrarie, non tutto sia perduto.

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