SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E’ una semplice mia opinione nè potrebbe essere diversamente per interpretare la decisione comunale “il sindaco Gaspari sulle deroghe” a proposito dell’apertura facoltativa nei giorni di festa.
Apriti cielo: sindacati uniti e Rifondazione criticano il primo cittadino puntando non solo sull’aspetto normativo, per il quale a rigor di logica hanno ragione (come spieghiamo nel link sopra, l’ordinanza comunale non rispetta la normativa regionale sul commercio) ma anche su prese di posizione ideologiche che forse mancano di attualità, nel senso che non sono attuali per i tempi che viviamo. Di queste vogliamo parlare.
Per prima cosa, come ci ha confermato l’assessore al Commercio Mozzoni, l’ordinanza sulle deroghe è stata richiesta dalle associazioni di categoria. Che hanno chiesto nè più nè meno di poter lavorare nei giorni di festa, quando la gente va in giro, spende, si vedono i primi turisti. Magari c’è pure il sole. C’è qualcosa di male nel voler ricavare di più, in un periodo di crisi e di calo degli acquisti? Per me no. Ricordiamo che la deroga non vale per i centri commerciali, che il 25 aprile e il primo maggio devono obligatoriamente rimanere chiusi. Un punto a favore del piccolo commercio e del centro urbano. Ma non stiamo sempre a dire che dobbiamo rivitalizzare un centro urbano in cui chiudono cinema e sale giochi e teatri?
Non per cadere nel trito e ritrito, ma San Benedetto è una città turistica. Se lo diamo per assodato, allora bisogna rifletterci sempre. Un Comune che permette (dà la possibilità, mica impone) ai commercianti di rimanere aperti nei giorni di festa fornisce un aiuto ai commercianti. Ma in cambio chiede qualcosa. Chiede ai commercianti di lavorare nel giorno di festa perchè così la città è più viva. Chiede un favore ai lavoratori, agli esercenti. Che non dovrebbero soltanto chiedere, come quando domandano scogliere, ripascimenti della spiaggia, strade nuove, lungomari, eventi estivi a spese del Comune, diminuzioni (sacrosante) delle tasse. Dovrebbero anche dare, insomma, dare qualcosa alla collettività che paga. Ad esempio, se voglio comprarmi un paio di mutande in centro il giorno del primo maggio, perchè non posso farlo? Vi sembra giusto?
Capitolo lavoratori. C’è la crisi ragazzi. L’Italia impoverisce e invecchia. O si tira la carretta, sbuffando e sudando, oppure nessuno ci aspetta nella folle corsa del mercato. Prendere o lasciare.
Si spera che i datori abbiano il buon cuore di pagare di più il lavoro nei giorni festivi. Se lo meritano, coloro che il 25 aprile devono stare con i clienti invece che con la famiglia. Se così è, lavorare il giorno di festa potrebbe anche essere un’opportunità per guadagnare qualche soldino in più. Fa schifo? Non credo. Dispiace saltare la scampagnata con gli amici, ma in compenso ci sarà un martedì mattina libero in cui andare in spiaggia. Senza troppa gente attorno, è ancora più bello.
Se così non dovesse essere, beh allora il lavoro sottopagato va combattuto sempre, non solo il primo maggio. Sindacati e partiti politici intervengano sempre, sul campo. Facciano presidio, diffondano informazioni, appoggino di più le lotte individuali e collettive di una categoria poco rappresentata. Quella dei dipendenti delle piccole attività commerciali, delle strutture turistiche, del terziario. Una “classe sociale” che, con la deindustrializzazione, diventa sempre più preponderante. Per loro, per i precari, per i lavoratori stagionali, italiani e stranieri, ci vorrebbe qualcosa di epocale, un nuovo Statuto dei Lavoratori. Che non si vede ancora.

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