Samuela Isopi e Demetrio Ferri sono due sambenedettesi che, dall’estate 2009, si trovano per motivi di lavoro a Kabul, capitale dell’Afghanistan, terra martoriata da trent’anni di guerra che in questo momento vede la presenza delle truppe dell’alleanza Occidentale che nel 2001, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, ha fatto cadere il potere teocratico dei Talebani.

Samuela Isopi ricopre il ruolo di vice capo missione all’Ambasciata italiana. Demetrio, suo marito, la segue da diversi anni nelle sue missioni all’estero: in precedenza sono stati per tre anni in Bosnia, quattro anni in Vietnam. Ora sono a Kabul, forse la città che più di ogni altra, nel mondo intero, rappresenta al momento la difficoltà vivere nella pace. La città dove l’Occidente e l’Islam si incontrano, purtroppo, al di là di numerosi esempi di amore e solidarietà reciproca, a causa soprattutto di un fondamentalismo religioso da una parte e delle armi dall’altra (indipendentemente dal fatto che la si possa considerare missione di pace o di occupazione).

Con Demetrio pubblichiamo una sorta di Diario Afgano (clicca qui per le precedenti “puntate”) che così unirà idealmente la nostra San Benedetto e il Piceno con Kabul. Una finestra sul mondo, proprio nel luogo dove questo si manifesta nelle sue forme più spietate e prive di infingimenti. Un modo per sapere direttamente, da parte di una persona che in molti conoscono e che comunque ha condiviso con San Benedetto e il Piceno tante esperienze, e che ora scriverà di ciò che accade dall’altra parte del mondo.

Demetrio ci legge e ha la possibilità, per coloro che sicuramente lo vorranno, di rispondere a domande o approfondimenti sull’Afghanistan, commentando questo articolo. Buona lettura.

KABUL – Il giorno delle elezioni inesorabilmente si avvicina; la tensione è molto alta, i Talebani, dai “Warning” che ricevo dall’Ambasciata quotidianamente via sms, minacciano la popolazione locale e gli internazionali presenti qui con attentati suicidi o lancio di razzi. Gli obiettivi principali sono il Palazzo Presidenziale, l’aeroporto, il ministero della difesa, il ministero degli interni, l’immancabile Ambasciata americana, tutte le altre sedi diplomatiche e, come logico, ogni obiettivo militare: caserme, convogli, ecc.
In quest’ultimo periodo sono arrivati a Kabul moltissimi “internazionali” che svolgeranno la funzione di osservatori presso l’agenzia delle Nazioni Unite, responsabile dell’organizzazione delle elezioni. L’obiettivo è quello di formare un’elezione democratica escludendo ogni dubbio o perplessità su brogli elettorali da parte degli elettori e, in particolare, dei candidati. Vuole essere un’elezione democratica al 100%.
In Ambasciata lavorano diversi afgani ed ormai ho stretto amicizia con tutti loro. Sono di diverse etnie: Pashtun, Tagiki e Hazara. Questi ultimi hanno una fisionomia molto simile a quella più propriamente orientale, sembrano quasi mongoli per intenderci. Vengono considerati afghani di secondo livello e non sono particolarmente “ben visti” dai Pashtun. Sono quelli che svolgono i lavori più umili e, particolarità, sono gli unici che permettono alle proprie donne di svolgere lavori al di fuori delle mura casalinghe.
Spesso si scherza insieme: ho insegnato loro il significato di parole italiane non proprio “ortodosse” e loro si divertono un sacco a ripeterle. Ogni tanto mi soffermo a chiacchierare con loro affrontando i diversi e, seri problemi, del loro Paese; in particolare di queste imminenti elezioni. Molti di loro, senza indugiare, mi hanno confessato di non essere molto soddisfatti dell’attuale Presidente Karzai. Responsabile, a loro avviso, di aver promesso mari e monti nella precedente campagna elettorale e di non aver realizzato praticamente quasi nulla durante il suo mandato presidenziale. Se vogliamo essere un tantino polemici, possiamo dire quasi come all’”italiana” e non solo. Ma questa è politica e non entro nel merito. Tantissimi sono gli ostacoli da superare in questo Paese. Molti di loro mi hanno confidato che non si recheranno a votare: sia per paura di ritorsioni da parte dei Talebani, sia per la mancata fiducia verso un governo che, tutto sommato, è figlio di una politica americana che non rispecchia le loro esigenze ideologiche. Karzai è il favorito, è “l’uomo degli americani” anche se, si vocifera ultimamente, questi ultimi sono un po’ stanchi e vorrebbero metterlo da parte inserendo un volto nuovo.
Le minacce talebane non si fanno attendere molto. Sulla “Jalalabad road”, la strada più importante di Kabul (collega la capitale con il Pakistan che dista circa una sessantina di chilometri) un’auto carica di tritolo si fa esplodere al passaggio di un convoglio militare, decine i morti ed i feriti e, come sempre accade qui, la maggior parte sono locali. Questo attentato segue un attacco, con lancio di razzi, al Palazzo Presidenziale ed al quartier generale della polizia afghana avvenuto poche ore prima.
Sono trascorsi soltanto tre giorni dall’attentato del 15 agosto e ne mancano soltanto due alle elezioni. La gente qui ha paura ed è stanca di questa situazione; aspettano con ansia che le elezioni finiscano e che ci sia finalmente un nuovo Presidente che li possa guidare verso un futuro migliore. Almeno queste sono le loro aspettative e le loro speranze.
Poi, finalmente, si vota: le strade sono quasi deserte, non si vede in giro la solita gente e la solita confusione dei giorni scorsi, pochissime sono le persone che vanno a votare, almeno qui a Kabul, da quel poco che posso vedere e capire. Per le strade solo macchine delle Nazioni Unite, mezzi militari e mezzi degli internazionali. Molte vie d’accesso sono bloccate e controllate dai molteplici “check point”. L’atmosfera sembra quasi surreale, non mi sembra affatto la Kabul di sempre.
Nei seggi elettorali non è facile controllare se le persone abbiano il diritto di votare o meno. I documenti di identità qui, sono privi di fotografia e chiunque potrebbe scambiarli. Ecco dunque spuntare il fatidico inchiostro e l’indice della mano intinto. Chi ha votato non può farlo ancora, il segno indelebile ed inconfondibile rimane imbrattato nella mano.
E’  ormai sera, è stata una giornata tutto sommato tranquilla, i seggi sono chiusi, presto inizierà lo spoglio e mi aspetto che in breve tempo l’Afghanistan abbia finalmente il suo Presidente.

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