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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Protagonista di un turbolento passaggio dal Partito Democratico all’Italia dei Valori, Sandro Donati s’è comunque confermato ad alti livelli alle recenti elezioni regionali, conquistando per la terza volta consecutiva la promozione a Palazzo Raffaello. «Non escludo neanche il quarto mandato», scherza il diretto interessato, mostrando una soddisfazione e una serenità invidiabile motivate dai 2055 voti di fedelissimi capaci di seguirlo anche all’indomani degli ultimi, sofferti “divorzi”.Partiamo proprio da qui. Il Pd l’ha accusata di non aver accettato la momentanea “panchina” e di essersene andato solo perché in ricerca di una poltrona. Altri invece rivendicano di averla cacciata. Dov’è la verità?

«Non sono stato cacciato, né me ne sono andato per la mancata ricandidatura. In realtà non mi riconoscevo più nel partito, per motivi legati a diatribe e personalismi interni al movimento provinciale. Godo di grande sopportazione, ma non amo le prepotenze. A quel punto reagisco. L’anima della “Margherita” non era più considerata e per questo ho fatto le valigie».

A tal proposito, un’amica come Giulietta Capriotti, recentemente ha affermato: «Sono delusissima da Sandro. Noi eravamo l’altra anima del Pd. Avrebbe potuto ricostruire il nostro gruppo, invece ha agito con arroganza e voglia di potere». Come risponde? E quali sono tutt’oggi i rapporti con la Presidente del Consiglio Comunale?

«La Capriotti probabilmente non ha capito che la Margherita non esiste più. L’anima moderata soccombe all’altra, dei vecchi Ds. Mi risulta inoltre, che proprio Giulietta in campagna elettorale abbia sostenuto un candidato non del partito, ovvero Costantini. Riguardo ai rapporti con lei, sono rimasti solo quelli politici».

Passando ai nuovi alleati, anche con loro si è verificata un’iniziale tempesta. Inutile negare che gli esponenti in gara per un posto in consiglio, Merlonghi soprattutto, non fossero felici del suo arrivo. Ha avuto modo di chiarirsi o possiamo definirla ancora adesso un separato in casa?

«Attualmente sono felice. La fase critica, che ritenevo comprensibile e condivisibile, è stata completamente superata. I rapporti con il resto della squadra sono ottimali e con Merlonghi ho avuto modo di parlare dopo il voto. Non sono un separato in casa. Anzi, sono inserito più che mai».

A due settimane dalle elezioni è stato rimosso dall’incarico di commissario provinciale della Croce Rossa. Come spiega quella decisione?

«Va detto che il passaggio di consegne ufficialmente ancora non c’è stato. Sulla carta nulla è accaduto. In ogni caso i motivi sono stato esclusivamente politici. Nessuna normativa mi impediva di svolgere attività in politica e allo stesso tempo in Croce Rossa. Sto valutando le prossime mosse per avere dei chiarimenti sull’accaduto. I dubbi sono ancora molti».

Si è ripetutamente affermato che prima di bussare alla porta di Di Pietro si fosse offerto all’Udc e al movimento di Rutelli. Smentisce?

«L’Api di Rutelli mi ha cercato, ma il progetto del movimento era, ed è, ancora troppo fumoso. Con Udc ed Idv ho invece avuto rispettivamente dei rapporti a livello nazionale e regionale. Da una parte ho personalmente discusso con Casini, subendo qualche però una frenata delle Marche, mentre dall’altra vi è stata subito un’apertura. Ho corteggiato e sono stato corteggiato, ma ora sono felice di essere tra le fila di Di Pietro».

Rappresenterà ancora una volta il Piceno in Regione, ma stavolta assieme a Canzian e Perazzoli. Crede possano rappresentare un ostacolo alla riconquista di un assessorato di rilievo? E la delega del Piceno? Spetterà nuovamente a lei?

«La scelta degli assessori spetta al Presidente. Il partito andrà a discutere presto con Spacca, ma da veterano so benissimo che in questi casi è meglio tacere e aspettare. E’ la fase in cui tutti rivendicano tutto. Penso solo al mio ruolo da consigliere, poi ben venga quello che arriverà in più. Faccio i complimenti a Perazzoli, ma soprattutto a Canzian, la vera sorpresa di queste elezioni. Mi aspettavo un buon risultato, ma non un exploit del genere. La gente ha premiato un volto nuovo».

Colonnella sostiene che nel 2008, in seguito alle dimissioni di Agostini, Fassino avesse fatto il suo nome per la sostituzione ma che il Pd Piceno spinse per promuovere lei.

«La mia elezione la decise soprattutto Spacca, ma non nego di aver ricevuto il grande sostegno di Enrico Letta che io supportai alle primarie del Pd nel 2007. Probabilmente gli esponenti locali subirono l’influenza dello stesso Letta e optarono per la mia promozione».

L’anno prossimo si vota a San Benedetto. A suo avviso c’è bisogno delle primarie per scegliere il leader del centrosinistra?

«Le primarie sono uno strumento che il Pd conosce bene, tanto da averlo usato sino allo sfinimento. Scherzi a parte, penso siano necessarie, ma a patto che siano aperte a tutta la coalizione. In giro sento molte problematiche che rivelano una scontentezza profonda dell’elettorato, quindi onde evitarle…Se c’è un’alternativa a Gaspari, si faccia però avanti fin da ora».

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