SAN BENEDETTO DEL TRONTO- Dopo aver dato alla luce il suo primo figlio, Pamela S. scoprì la presenza di un corpo estraneo nel suo ventre: una pezza laparotomica e il caso ora è in tribunale. Dopo le deposizioni della vittima e dei medici imputati è arrivato il turno della strumentista, incaricata della conta del materiale utilizzato nell’intervento. Nuovi elementi processuali hanno spinto la corte ad una nuova perizia mentre la difesa della struttura sanitaria ribadisce l’intenzione al risarcimento ma non nella misura richiesta dalla parte lesa.

La strumentista imputata nella vicenda ha descritto quel che accadde prima e dopo l’intervento. «Ho preparato gli strumenti come da prassi e al termine ho eseguito la conta del materiale utilizzato confrontandomi con l’addetta alla raccolta degli strumenti utilizzati».

Ha sostenuto che al termine dell’intervento il suo compito fu quello di sommare il materiale non utilizzato con quello impiegato nell’operazione ma «lavorando in campo sterile, non potevo avvicinarmi al materiale utilizzato e quindi ho dovuto chiedere all’addetta preposta al recupero il numero dei materiali usati per poi sommarlo al rimanente inutilizzato e determinarne la conta finale».

La conta corrispondeva e per la strumentista il proprio lavoro è stato svolto come prassi e correttamente.

Durante l’udienza di martedì è stato poi il turno del legale di un’altra imputata. Si tratta dell’addetta al recupero delle garze usate. Il suo avvocato ha espresso un forte dubbio sulla validità della firma della sua assistita riportata nella cartella della conta dei materiali. L’avvocato ha sostenuto in aula che una perizia calligrafica attesterebbe che la firma di quel documento non apparterrebbe alla sua assistita e se ciò fosse vero, il tutto andrebbe ad invalidare quel documento che ad oggi attesterebbe che la conta degli strumenti andò come da prassi.

Sulla base di questo nuovo elemento, il giudice Giuliana Filippello ha disposto una nuova perizia in tribunale dove sarà possibile verificare se la firma di quel documento appartiene alla donna o ad altri imputati della vicenda.

Secondo il legale della clinica Stella Maris, già in passato sono state avanzate proposte di risarcimento che la parte lesa non avrebbe accettato chiedendo tre volte tanto la somma offerta. Sembrerebbe a detta dei legali dell’accusa che la richiesta di Pamela non risulterebbe giustificabile.

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