GROTTAMMARE – Crisi economica, ammortizzatori sociali, finanziamenti e investimenti. Parole correlate fra loro che però spesso non riescono fino in fondo a fornire la piena soluzione del problema, come aiutare chi ha perso il lavoro o riassettare una porzione di città.

Amare le parole del sindaco Luigi Merli, durante la presentazione del bilancio 2010. Abituato a sentirlo quasi sempre e comunque ottimista, la delusione nei confronti di un sistema a volte scorretto comincia a fare capolino con più impeto.

«Gli enti locali – afferma il sindaco – sono lasciati soli di fronte ai bisogno legati alla crisi economica. Gli amortizzatori sociali scadranno a giugno e tutte le persone che hanno perso il lavoro dovranno andare avanti soltanto con la mobilità, il che signifca 600 euro mensili. E se si considera che a Grottammare gli affitti vanno dai 450 euro in su’, lo sconforto è grande».

Ci sono stati ulteriori tagli che riguardano il sociale a livello regionale e, di conseguenza, anche all’interno del bilancio grottammarese. Se nel 2008 le uscite erano per un milione 313 euro e nel 2009, vista l’impennata della crisi, si era arrivati a un milione e 579 mila euro, per il 2010 la spesa sarà di un milione 499 euro, tenuto conto però che la regione ha già dichiarato di non avere fondi per l’anno prossimo.

«Se noi siamo ancora qui – continua il sindaco – è perchè non condividiamo la scelta del Governo, ma non per un discorso di parte, quanto prettamente politico di rispetto per la cittadinanza. Noi vogliamo cercare di invertire la tendenza secondo il nostro modello di welfare, ovvero mantenendo i servizi senza aumentarli».

«In un quadro così desolante – si legge nella relazione di bilancio del sindaco – fare l’amministratore di un ente come il Comune, così vicino ai bisogno dei cittadini, diventa veramente un’azione faticosissima: ogni giorno il ruolo più urgente da portare avanti non è la risoluzione dei problemi, quelli più importanti, ma l’assistenza psicologica. A questo siamo ridotti perché una folle politica di spoliazione di risorse ci ha portato davvero all’incapacità di intervenire proprio nel momento più cruciale, più basso degli ultimi trent’anni. Ma non possiamo sicuramente abbandonare, non possiamo rinunciare al tentativo di fare qualcosa per quelli che hanno meno di tutti».

Il sindaco porta anche a tavolino dei numeri: i Comuni e gli altri enti locali hanno rappresentato storicamente più del 70% degli investimenti pubblici italiani, contro il 2,7% (degli stessi Comuni), sull’indebitamento generale. «Nonostante questi numeri – dice Merli – il blocco riguarda totalmente i Comuni e, per paradosso eccessivo, riguarda principalmente i Comuni che, negli anni passati, hanno attuato comportamenti virtuosi».

L’obiettivo del patto di stabilità, infatti, è quello di andare a migliorare il saldo, ovvero la differenza fra le entrate e le uscite, e nel conto non vengono considerati i mutui accesi: «Se quindi un Comune aveva un saldo fortemente negativo in passato, dovendolo migliorare nel tempo, continua ad avere possibilità di spesa, e quindi di investimento e, per paradosso, il Comune che ha avuto un bilancio poco passivo o addirittura attivo, nel doverlo migliorare si trova nell’impossibilità quasi completa di fare investimenti. E il paradosso è che il patto di stabilità in questo modo genera spesso anche l’impossibilità di utilizzare i finanziamenti ottenuti».

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