Mi capita spesso, quando penso ad un disappunto e lo rendo pubblico, di mettermi in discussione. Penso, mentre digito i tasti del mio Mac: «Magari nessuno la pensa come me, forse sto diventando vecchio e per questo non mi rivedo in questo mondo malato. Sono io l’eccezione, il resto è regola e forse sbaglio a non adeguarmi». Poi però la necessità di confrontarmi diventa più forte e pubblico, aspettando con ansia e trepidazione i primi commenti. Pensieri che ho avuto stanotte dopo essermi espresso sull’astensionismo poi i primi pareri (grazie Galiè) mi hanno un po’ tranquillizzato. A mezzogiorno, mentre stavo moderando i vari commenti, mi arriva un e mail da parte di un amico con allegato un articolo apparso su un giornale nazionale, eccolo:
di Massimo Fini (dal Il fatto quotidiano)

«In un articolo pubblicato sul Fatto il 13 marzo (“Quale democrazia”) auspicavo che l’indecoroso spettacolo dato dai partiti in campagna elettorale, con le liste taroccate, gli scambi di colpi bassi fra gli esponenti delle opposte nomenklature, inducesse finalmente i cittadini, andando oltre questi fatti contingenti, a riflettere sulla vera natura della democrazia rappresentativa e a capire “che non ha niente a che fare con la democrazia, ma è un sistema (meglio congegnato in altri Paesi, ma che da noi sta perdendo la maschera) di oligarchie, di lobbies, di associazioni para-mafiose, che il cittadino è chiamato a legittimare ogni tot anni col voto perché possano continuare, sotto la forma di un’apparente legittimità, i loro abusi, i loro soprusi, le loro illegalità” e l’occupazione, arbitraria dello Stato.

Mi auguravo quindi una forte astensione, incoraggiato non solo dai sondaggisti (che comunque nelle loro previsioni si sono tenuti ben al di sotto della realtà, perché fan parte anch’essi del sistema di Potere), ma anche da altri segnali che andavano oltre le chiacchiere da bar, pur importanti, ma dal fatto che per la prima volta un’esplicita esortazione all’astensione non veniva da cani sciolti o da gruppuscoli extraparlamentari (fra cui, se permettete, anche il mio “Movimento Zero”), ma dall’autorevole ItaliaFutura, la Fondazione promossa da Luca Cordero di Montezemolo.

I risultati sono andati oltre le più pessimistiche (o ottimistiche, a seconda dei punti di vista) previsioni. Quasi il 40% dei cittadini italiani si è rifiutato di andare a votare, e di partecipare a questo rito truffaldino. Certo in questa percentuale ci sono anche gli ammalati e gli impossibilitati a vario titolo, abbondantemente com-pensati però dalle schede bianche e nulle che il Viminale è solito dare con molta reticenza e con grande ritardo ma il cui numero, nelle recenti tornate elettorali, è sempre oscillato fra il milione e il milione e mezzo.

Dopo aver cercato di giustificare la débâcle astensionista anche nei modi più fantasiosi e ridicoli (la bella giornata di domenica, l’ora legale e perfino l’assenza dei talk show politici che son quanto di più ributtante si possa vedere in una tv già ripugnante) i partiti tenteranno, come al solito, di cantar vittoria o di minimizzare la propria sconfitta. Nel momento in cui scrivo non so come le forze politiche si siano ripartite i resti dell’elettorato votante e, per la verità, non me ne frega nulla. Quello che deve essere chiaro è che l’astensionismo non è solo un non voto contro l’attuale, inguardabile, governo, ma contro il sistema partitocratico nel suo complesso. Un cittadino su tre non è andato alle urne.

E fra coloro che ci sono andati una fetta cospicua appartiene agli apparati, ai clientes, ai favoriti di tutte le risme. Se si fa questa ulteriore tara, il “voto libero”, dato in buona fede, si riduce a ben poca cosa. A ciò si aggiunga che la stragrande maggioranza dei giovani, come risulterà da indagini più approfondite, ha disertato le urne. Non per abulia ma perché questo sistema, che penalizza ogni futuro, gli fa schifo. Cosa rimane quindi in mano ai partiti? Nulla, se non il loro potere abusivo.

Quindi o si affrettano a fare una rapidissima marcia indietro, a liberare le posizioni che hanno illegittimamente occupato, a cominciare dalla Rai-tv, a dismettere le clientele che penalizzano i meritevoli a vantaggio degli affiliati, che umiliano il cittadino riducendolo a suddito costretto a chiedere come favore ciò che gli spetta di diritto, oppure la rivolta silenziosa e pacifica del 28 e 29 marzo 2010 diventerà, prima o poi, violenza. www.ilribelle.com »

Dopo averlo letto e confrontato con il mio, mi sono sentito meno solo e più sicuro di me.

PS In molti dicono che Massimo Fini è un giornalista scomodo, tanto che pare abbia avuto difficoltà a trovare redazioni disponibili. Per me sono molto più pericolosi e nocivi i giornalisti comodi. L’altro giorno ho saputo che in Inghilterra la prima cosa che un Direttore dice ad un giornalista novello è: «Se, quando fai una domanda, l’interlocutore non si arrabbia, non stai facendo bene il tuo mestiere…» Non conoscevo le “abitudini” anglosassoni ma tutti i ragazzi e ragazze che, negli ultimi vent’anni, hanno iniziato a scrivere su questa testata, sanno che la stessa cosa l’ho detta a loro.

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