ElEZIONI. Prima cosa: credo che sia la prima volta che il partito degli astensionisti vince le elezioni: sono il 36,4% circa. Qualche significato bisognerà pur darglielo senza “rigirare la frittata” dicendo che, chi non vota, ha sempre torto e aiuta la mala politica piuttosto che combatterla.

«Dati che fanno riflettere» ha commentato Lina Lazzari di Legambiente. Se non altro perché il Partito degli Astensionisti (Pda) è l’unico a crescere in modo costante e non di poco. Inoltre ci sono le schede bianche e quelle volutamente nulle che vanno sommate al 36,4% di astensionisti.

Insomma, i “voti seri e meditati” non dovrebbero superare il 50% (dei votanti e non di tutti gli aventi diritto al voto!). Insomma la maggioranza degli italiani ha fatto sapere che non condivide l’attuale sistema politico o meglio la quasi totalità dei suoi rappresentanti

«Dobbiamo fare in modo che il numero di votanti cresca indipendentemente dalla loro scelta elettorale», ha detto oggi il ministro Maroni. Proviamo a capire perché. Il Pda (Partito degli Astensionisti) ha, secondo me, matrici molto diverse ma principalmente è formato da chi semplicemente vorrebbe che la politica fosse riaffidata a chi ha l’appeal giusto (onestà, serietà, intelligenza, capacità manageriali) e non a chiunque decida di iscriversi e frequentare un Partito per aspettare il suo turno che, prima o tardi arriva sempre. Se non sotto forma di candidature vincenti, sicuramente come aventi diritto alle varie “poltroncine” ben remunerate (seppur inutili) a spese di Comuni, Province o Stato cioè a spese dei cittadini.

Secondo me, in cuor loro gli astensionisti vorrebbero un cambiamento vero, democratico e pacifico. Oggi non si sentono di delegare nessuno a tale compito. Il motivo principale deriva dalla constatazione che ritengo realistica: la politica non interessa più le persone, quelle giuste cioè, perché le possibilità di farcela non è più legata al proprio curriculum o alle proprie capacità oggettive. Le doti necessarie sono altre e chi prova ad entrare nei meccanismi dei partiti per rompere certe tecniche viene costretto o ad adeguarsi o ad andarsene.

Vero o no, chi la pensa così, solitamente non va a votare. E se la “truppa” cresce, significa che non si intravedono cambiamenti. Magari la mia analisi non è giusta ma, come dice Maroni, è indispensabile invertire la tendenza.

Come? Partirei da una selezione dei candidati che venga veramente dal popolo sulla falsariga del sistema statunitense. Quindi dal cambiamento della mentalità da parte di chi aspira a diventare sindaco, presidente o governatore, dei ruoli cioè di maggiore responsabilità. Chi accetta la candidatura deve essere ispirato principalmente dalla voglia di sacrificarsi per gli altri e da nient’altro.

Per questo motivo, se avessi partecipato all’incontro tenutosi lunedì scorso presso il teatro Concordia con i tre candidati governatori, avrei fatto questa semplice domanda: chi ve lo fa fare a sacrificare tempo e famiglia per una carica tanto impegnativa e così ricca di responsabilità? Alla mia domanda apparentemente stupida avrei “preteso” una risposta seria e non confezionata. Sono certo che non sarebbe stato semplice, come potrebbe sembrare, rispondere in modo coerente e convincente.

La prima cosa che mi viene da dire agli eletti del Piceno è “peggio per loro”. Nel senso che la situazione delle Marche sporche, il Piceno, è grave e sarà dura per i nostri se si assesteranno sulle posizioni dei loro predecessori che hanno portato Piceno e Riviera a livello di possibili sedi per centrali atomiche, perdendo una leadership che i pioneri del turismo e della pesca avevano conquistato con tanti sacrifici.

Per riuscire nell’intento di far cambiare rotta all’assodato Anconacentrismo servono sacrifici, rinunce e il rischio di diventare scomodi verso la propria coalizione. Essendo un governo regionale, infatti, potrà capitare che i nostri rappresentanti saranno costretti a contrastare Spacca e C. dai loro piani finora così penalizzanti per il nostro territorio.
Noi di Riviera Oggi vigileremo affinché facciano in pieno il proprio dovere. Fino a far loro rimpiangere di essere stati eletti se non si sono candidati con il giusto spirito di sacrificio. Se le motivazioni continueranno ad essere altre, la conseguenza sarà l’aumento dell’astensionismo che potrebbe raggiungere vette molto pericolose per la vita della stessa democrazia.

La matematica. Non è un’opinione si dice. E questo mi spinge ad una considerazione aritmetica molto importante. Gli astensionisti sono il 36,4% di tutti gli aventi diritto al voto, mentre le percentuali riguardanti i Partiti sono riferite al numero dei votanti e quindi al 63,6%. Facile capire che la forbice tra chi non ha votato e i Partiti è ancora più grande e quindi più preoccupante.

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