Da Riviera Oggi in edicola numero 816

GROTTAMMARE – Agli inizi degli anni ’80 gli acari (acari tetranichidi) infestarono molte coltivazioni. Erano acari noti che, pur essendo stati generalmente rinvenuti da decenni nei vegetali, non avevano mai rappresentato un problema, perché non erano mai proliferati tanto da creare preoccupazioni per la salute delle piante e ancor meno per le produzioni da raccogliere.

Durante gli anni ’70 anche le lezioni universitarie di entomologia agraria dedicavano pochissimo spazio a quegli acari, che poi nel giro di qualche anno divennero i famigerati “ragno rosso” e il meno temibile “ragno giallo”. Invasero dapprima i vigneti poi i campi di mais, di molte orticole come il pomodoro, la melanzana, il peperone ed i fagiolini.

Fiumi di inchiostro furono usati per scrivere articoli per agricoltori da informare e formare, per controllare e prevenire il pullulare dell’odiato “ragno rosso” che avrebbe messo in ginocchio la viticoltura italiana.

Tutte le case produttrici di fitofarmaci ricercarono molecole efficaci (più o meno!). Tutte queste molecole mostrarono presto o tardi i loro limiti di efficacia. Si misero a punto tecniche per sfruttare le sinergie derivanti dai “mix” di due o più di queste molecole.

Dopo alcuni anni, in coincidenza dei primi ed ancora modesti tentativi di “cure” con mezzi contemplati dalla agricoltura che noi definiamo biologica, ma che più correttamente in altri paesi chiamano “organica”, si incominciò a scoprire dei “nemici naturali” di questi “ragni rossi “. Si trattava in genere o di altri acari che li predavano, cioè se ne nutrivano, oppure di insetti come alcuni lepidotteri che a loro volta se ne nutrivano o li parassitizzavano.

Si trattava di insetti o acari anche essi presenti in natura che da soli erano in grado di contenere lo sviluppo del “malefico ragnetto”.

Fummo in grado di allevarli e fornirli agli agricoltori che erano disponibili a spendere per qualcosa che non avesse comunque lo stesso grado di sicurezza  e rapidità di azione delle sostanze chimiche.

Il panico da ragno rosso crebbe a dismisura, c’erano dei “tecnici” che come delle “cassandre” li vedevano dappertutto e che per tranquillizzare indicavano sempre la via degli interventi “preventivi”. Questi andavano fatti prima che il “problema” si manifestasse tanto immancabile come il sole la mattina, secondo loro, il ragnetto malefico sarebbe comparso.

Vennero anche individuate cause concrete per l’abnorme sviluppo del parassita che ormai invadeva anche altri vegetali non tipici dell’agricoltura bensì del gardening.

La paura arrivò in città e ancora oggi capita di sentire signore di 40/50 anni che all’inizio della primavera telefonano perché hanno il balcone o alcune stanze invase dal “ragno rosso”. È vero, è un ragno rosso (è l’Allothrombium) ma è tre volte più grosso di quello “cattivo” – per questo si vede molto meglio dell’altro, è molto mobile ma a differenza dell’altro è utilissimo perché si nutre del “ragno rosso” cattivo, ma  anche degli afidi (i cosiddetti pidocchi delle piante) e di altri insetti ed acari domestici pericolosi.

Spesso queste signore, per altro attentissime ai problemi derivanti dall’inquinamento degli ambienti domestici, sono così terrorizzate che devono per forza distruggerli, buoni o cattivi che siano sono ragni rossi e creano ansia. Vi invito a girare le campagne e quando parlate con agricoltori dai 40 anni in su sentirete parlare del temibile ragno.

Poi nel giro di qualche anno i ragni rossi diminuirono la loro diffusione ed oggi pur essendo ancora li non si riproducono così tanto da rappresentare una seria preoccupazione.

Di prodotti per controllarli se ne vendono ben pochi. Tuttavia, quando si esaminano i fenomeni delle pullulazioni rapide di un essere vivente in un ambiente, con la giusta considerazione di tutti (o molti) i fattori che ne hanno favorito l’abnorme sviluppo, si scopre che ci sono state delle cause scatenanti che hanno turbato un “equilibrio” pur sempre dinamico, in cui tanti organismi viventi vegetali ed animali giocano un ruolo, nessuno prioritario, ma tutti comunque di pari importanza.

Ogni habitat (e la città è un habitat così come il bosco o la tundra) che abbia raggiunto un equilibrio in cui tutti i viventi trovano una loro funzione può ricevere per una decisa azione umana una spinta che turba l’equilibrio, ridisegnandone il modello iniziale o meglio l’archetipo (e badate bene anche i ratti e gli scarafaggi e i merli hanno un ruolo in un ambiente antropizzato).

>Vi faccio un esempio con una specie vegetale, l’Oleandro che è pianta di antica origine asiatica. Vista la sua rusticità, la sua termofilia e la sua eliofilia si è ben acclimatato in una area (il Lauretum) in cui vegetano bene anche e soprattutto l’Alloro, la Tamerice e l’Ontano.

Tuttavia non vi sarà sfuggito la constatazione che nella maggior parte delle  nostre aiuole trovate l’Oleandro e solo secondariamente l’Alloro. Non sto ad esaminare i motivi reali per cui le Amministrazioni e i privati scelgono l’Oleandro. Tra l’altro sono piuttosto banali. Ne deriva una pressione “selettiva” a favore dell’Oleandro.

Infatti, anche i parassiti dell’Oleandro si stanno specializzando. Avrete notato che per tutta l’estate la maggior parte dei germogli dell’Oleandro sono infestati da Afidi (pidocchi) gialli.

Per ora è uno dei pochi insetti  che “sa bene” cosa farci dell’oleandro: più ne coltiviamo più l’Afide trova l’habitat ideale per crescere e riprodursi. Sulla tamerice, per esempio, non avrebbe le stesse possibilità di crescita.

Per farla breve, quanto più noi semplifichiamo un ambiente riducendo le specie che vi facciamo vivere, tanto più si ridurrà il numero dei parassitiche queste specie in natura hanno. Il tutto arriva con un po’ di tempo ad un equilibrio che in genere è assicurato in genere dalla comparsa di uno o più  iperparassiti, cioè di un nemico naturale del parassita della pianta.

Quando l’uomo interviene con insetticidi chimici si assume l’incarico di frenare lo sviluppo del parassita che danneggia la pianta, ma ahimé causa anche un mancato raggiungimento di quell’equilibrio che abbiamo appena detto, visto che in genere molti insetticidi chimici abbattono anche gli eventuali “iperparassiti” che invece prima o poi ci tornerebbero utili.

Con la diffusione delle palme abbiamo ingenerato un meccanismo di semplificazione dell’ambiente che prima o poi avrebbe dovuto aprire le porte ad uno o più parassiti specializzati. Era inevitabile. Non c’è una anomalia né si tratta di cause straordinarie. È tutto perfettamente naturale.

Ora noi dobbiamo decidere se arrenderci, fermare i due insetti che danneggiano le palme eliminandole prima noi, oppure studiare un metodo di raggiungimento rapido dell’equilibrio in cui il “punteruolo rosso”  – guarda caso anche lui rosso – trovi un suo spazio vitale – ma limitato.

Non possiamo pretendere di farlo scomparire dall’habitat, deve solo ritagliarsi uno spazio molto più piccolo, non deve essere messo in condizione di provocare danni esagerati.

* Vicepresidente dell’Ordine degli agronomi

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