Dal settimanale Riviera Oggi numero 816 in edicola

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Prosegue il nostro viaggio a ritroso ai tempi in cui venne istituito il Centro Agroalimentare, gestito da una società consortile a capitale pubblico che oggi sta per essere privatizzata.

(leggi qui la prima parte dell’inchiesta)
ANNI ’90, IL MONDO CAMBIA Ma torniamo a quegli anni, gli anni ’90. San Benedetto sta cambiando, la pesca e l’agricoltura, cuori economici del porto e di Porto d’Ascoli, perdono volumi produttivi, addetti, importanza. Si fa spazio la città del terziario, arriva la grande distribuzione, nascono i centri commerciali.
«Non si comprese che San Benedetto diventava periferia, sia per il nord Italia che per il Sud. L’arrivo della grande distribuzione non giovò, perché i centri commerciali non si rifornivano di frutta e verdura dal Caap». Il Centro Agroalimentare, sostiene Torquati, avrebbe dovuto rivolgersi al mercato al dettaglio, ma non fu fatto. Non si diede seguito a interessanti progetti che avrebbero potuto dare una identità definita al Centro, rendendone la società amministratrice (pubblica) una vera impresa capace di stare sul mercato. Ci furono progetti commerciali. Torquati ne cita uno: «La parte ittica del Centro sarebbe dovuta diventare la base per l’importazione del pesce dei mari del Nord. Un punto di arrivo dei camion, e di stoccaggio dei prodotti. Ma i Tir non sarebbero tornati indietro a mani vuote, ma sarebbero dovuti ripartire con i nostri prodotti ittici lavorati».
Questa era l’idea, finalizzata ad aumentare le esportazioni. Ma non ci si investì, dice Torquati.
Capitolo frutta e verdura. «La presenza del Centro avrebbe potuto rappresentare la rinascita delle produzioni agricole picene, prodotti di qualità convergenti su questa grande struttura, puntando al mercato. Ma il mondo agricolo piceno, tranne che nel campo del vino e un po’ dell’olio, non si è modernizzato abbastanza».
Il Centro non diventò il punto di snodo della produzione locale. O almeno non lo diventò abbastanza. Lo dicono pure i numeri. La struttura è molto ampia, sta in una posizione logistica invidiabile, fra lo svincolo dell’autostrada e la ferrovia Ascoli-San Benedetto. Potrebbe dare molto più lavoro, per le dimensioni e il potenziale che ha. Secondo i dati che raccogliemmo un anno fa dall’imprenditore interno al Centro Corrado Di Silverio, lì dentro potrebbero lavorare 200 persone, invece ce ne sono qualche decina. Nel 2009 c’erano nove aziende su 30 spazi espositivi disponibili. Per anni la società consortile pubblica Caap è stata in grossa perdita economica, ripianata con la vendita di alcuni immobili alla Cash & Carry e al gruppo Sabelli. Poi c’è stata anche la sindrome da carrozzone politico. Ci sono stati anni in cui il consiglio di amministrazione è stato a dir poco elefantiaco arrivando fino a 15 membri, poi negli anni del ripiano dei debiti è stato composto dal presidente Carlo Cicconi, dall’amministratore delegato Pietro Censori e dal vicepresidente Algeo Marcozzi.
Ora gli enti pubblici si tirano definitivamente indietro, vendendo le loro quote e sperando di incamerare alcuni milioni di euro.
Ma Torquati, dicevamo all’inizio, non elude un coraggioso “mea culpa”. In quegli anni era assessore della giunta Perazzoli, no? «Non riuscimmo a dare al Caap la priorità di una vera politica di programmazione commerciale. Io all’epoca avevo altre priorità politiche, mi dedicavo al porto, allo scalo d’alaggio, al restauro di un Mercato Ittico all’ingrosso che cadeva a pezzi. Riconosco l’errore di non aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica gli errori di programmazione che si stavano verificando al Centro».
UNA RICETTA PER IL FUTURO Torquati non fugge dal pensiero controcorrente. Un suo pallino sull’economia cittadina, lo potremmo chiamare “teoria del non primato del turismo”. Dati alla mano, e interpretazioni in testa, sostiene che il turismo non sia affatto la prima industria sambenedettese. Per numero di addetti e fatturato generato, oltre che per l’estrema stagionalità del fenomeno. E la ricetta allora è questa:
«L’economia di San Benedetto si salverà solo con un intelligente rilancio produttivo, nell’artigianato, nella pesca, nell’agricoltura di qualità, mestieri che i giovani devono riscoprire per avere un futuro meno precario. Il turismo ormai è saturo, non può dare nulla di più. La destagionalizzazione si potrebbe fare solo con grossissimi investimenti, ma non vedo albergatori disposti a farli. E il Comune lo deve capire, dirottando in altri settori i suoi investimenti, ma così non è, basta vedere i soldi spesi ogni estate per le manifestazioni turistiche».

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