Dal settimanale Riviera Oggi numero 816 in edicola

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non più una semplice vendita di quote, come spesso ipotizzato negli anni scorsi, ma una vera e propria vendita dell’intera società ai privati. Questa la sorte del Centro Agroalimentare. Se ne parlava da mesi, da anni, ormai è giunto il tempo della privatizzazione per l’importante struttura al confine fra San Benedetto e Monteprandone.
Ma è utile raccontare la storia di questo sogno non realizzato, una propaggine, se vogliamo, della presenza statale nell’economia che tanto ha contato nell’Italia dell’Iri e delle società pubbliche. Una propaggine, però, giunta fuori tempo massimo, negli anni ’90, quando il modello stesso a cui si faceva riferimento era bello che decotto.
Per capire cosa poteva essere (e poi non è stato) il Centro Agroalimentare, è utile una chiacchierata con Nazzareno Torquati, oggi imprenditore nel settore dell’alimentazione biologica, ieri, negli anni ’90, assessore della seconda giunta Perazzoli. Proprio nel momento in cui, dopo anni di preparazione, il Centro Agroalimentare diventava realtà. Una “fuoriserie senza benzina”, l’abbiamo denominata con una metafora in una inchiesta di questo giornale, proprio un anno fa.
Vediamo di capire il perché. Fra l’analisi economica e il “mea culpa” di Torquati, di certo non l’unico responsabile. Chissà se qualche altro politico, piceno e non, avrà lo stesso coraggio di assunzione di responsabilità.

LE PREMESSE “SBAGLIATE” «L’idea alla base del Caap era buona, il settore agroalimentare piceno tirava molto, San Benedetto era un baricentro fra nord e sud Italia». Inizia così la ricostruzione di Torquati.
Quello del Caap appare come un appuntamento preso in ritardo dall’economia rivierasca. Lungimiranza al contrario, ritardo sul treno della storia. Già, perché fra anni ’60 e ’70, in particolare la zona di Porto d’Ascoli vedeva un fiorente mercato ortofrutticolo. Chi ha i capelli bianchi ricorda i magazzini della ex Florentia, in via Toti. Camion di prelibata frutta e verdura della vallata del Tronto che partivano ogni giorno verso il nord Italia, verso la Germania. Una fortissima industria di trasformazione dei prodotti, a partire dalla gloriosa Surgela, anch’essa industria legata alle partecipazioni statali. Una azienda poi privatizzata e decaduta, fino al rischio di chiusura nel 2008 e alla ripartenza attuale con il marchio Ortofrost di Vincenzo Ciulla, che almeno ha salvato 40 posti di lavoro. Ma questa è un’altra storia.
Torniamo a Torquati.
«Lo Stato finanziò la realizzazione di dieci centri agroalimentari in tutta Italia, San Benedetto era tra questi. Ma quando si giunse a concretizzare, si era perso il treno della modernizzazione nel settore della logistica, che diventava estremamente più rapida con il sistema della pallettizzazione. Il Caap nacque già vecchio, non permettendo questo nuovo modo di concepire la logistica, inadeguato alle nuove prescrizioni di legge sulla non interruzione della catena del freddo. Con pareti che non isolavano i vari locali, creando la necessità di un grosso consumo di energia per mantenere gli ambienti condizionati».
Già, perché tenere freddo un locale necessita di molta più energia che riscaldarlo. Intanto aumentano le spese di costruzione del mega centro, sorto in un’area che fu agricola nella fertilissima vallata del Tronto. Si arrivò a spendere 50 miliardi di lire, con il 40% di contributo statale a fondo perduto. Il resto sarebbe stato finanziato da un mutuo agevolato a carico degli enti pubblici soci (vedi riquadro a lato).
Di fatto, sostiene Torquati, le aziende che lavorano nel Centro hanno pagato finora un affitto raddoppiato, con una quota destinata proprio all’ammortamento del mutuo.

(prima parte; continua)

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