SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E alla fine, le cose più interessanti per i giornalisti e i lettori, stancamente trascinati alla “settimana santa” pre-elettorale, sono quelle dette (o non dette, come al solito) a taccuini e microfoni chiusi. D’altronde, nonostante per qualcuno non sia così, siamo in piena epoca web e perciò – chi vuole – sa oramai quasi tutto dei tre candidati presidenti della Regione Marche.
Ma ad esempio al termine dell’incontro tra Erminio Marinelli (centrodestra), Gian Mario Spacca (centro o centrosinistra, a seconda del punto di vista) e Massimo Rossi (sinistra), andato in scena sul palco del Concordia lunedì 22 marzo, uno dei momenti più significativi per capire la politica marchigiana e quella picena, è stato il saluto tra Marinelli e Gino Troli, ex assessore alla Cultura sambenedettese e regionale, negli anni Novanta, quando Marinelli iniziava la sua positiva carriera di sindaco di Civitanova Marche.
«Il miglior assessore alla Cultura!» non lesina a dichiarare Marinelli, nonostante Troli sia politicamente di area Pd e lo stesso Marinelli abbia poco prima affermato che «non do i nomi degli assessori per scaramanzia, ma se verrò eletto la Cultura resterà a me». Poi Marinelli, sicuramente meno “barricadero” di Massimo Rossi nel rimarcare le differenze tra lui e Spacca, sicuramente signorile e distinto, sicuramente non a suo agio nel richiamo continuo alle tematiche picene e sambenedettesi, confida a Troli: «Dopo di te, siamo stati allo zero. Tu eri sempre, sempre presente. E che dire dello spot con Dustin Hoffman? Una marchetta».
E Troli sorride, dicendo: «Fosse per te ti voterei, ma lo sai che in certe “zone” politiche non riesco a spingermi…» Lì vicino uno dei presenti gli fa notare, però: «Guarda che tutto deriva dalle scelte di Ciccanti e Agostini, prima hanno spaccato il centrosinistra qui nel Piceno, adesso in Regione», e Troli risponde con un’alzata di sopracciglia come a significare: e lo dici a me?
A taccuini spenti, succede che Sandra Amurri, pungolante e men che taciturna giornalista del Fatto Quotidiano, amareggiata per aver potuto, come gli altri colleghi, proporre una sola domanda («E ci sono venuta da Roma!»), rincorre sul finire Gian Mario Spacca fuori dal Teatro Concordia, e chiede al presidente in carica altre informazioni, al che Spacca, frettoloso perché lo aspettano ad Ancona per un altro appuntamento elettorale (ma sono le 23, già!), le ha risposto (come riferito dalla stessa Amurri): «Sono in campagna elettorale e devo andare via, cerco i voti della gente, non le domande dei giornalisti», al che la Amurri, già molto pepata in sala, si lascia andare: «Fa’ proprio come Berlusconi coi giornalisti!», a ribadire grillescamente che tra Pd e PdmenoL le differenze non sarebbero né di sostanza né di forma.
Succede poi che Rossi e Spacca sembrano non siano appartenuti, fino a pochi mesi fa, allo stesso raggruppamento, e non c’è un solo argomento in cui vadano d’accordo. Per Rossi la ripartizione dei fondi Fas è stata tutta Ancona-centrica, Spacca invece ribadisce che la più alta incidenza di finanziamenti pro-capite sia stata destinata al Piceno (30 milioni di euro), al che il vostro umile cronista chiede ai due contendenti di inviarci documentazione che comprovi quanto da ognuno di loro affermato. Attendiamo (è una ulteriore richiesta agli uffici stampa, ndr).
E c’è poi Spacca che fa rumoreggiare la non folta platea quando afferma che «una sola manifestazione culturale del Piceno costa quanto lo spot con Dustin Hoffman», ma non la cita nonostante le richieste di Rossi e dell’immancabile Mariano Vesperini (dal pubblico), e se la cava sorridendo: «Basta scorrere l’elenco delle delibere per capirlo. Cercatele», e non si capisce se stia gigioneggiando o se se la sia dimenticata.
E infine, bellissimo, al confronto politico dell’anno manca la classe politica sambenedettese, impegnata in un Consiglio comunale tra i più importanti. Coincidenza? Boicottaggio voluto? C’è chi come Luca Vignoli, candidato per il Pdl e consigliere comunale, ha disertato per protesta il Consiglio: «L’hanno fatto apposta per non farci essere qui, una scelta da incompetenti a cui non mi sono piegato».

E c’è chi invece – si dice il peccato ma non la fonte – ha una chiave di lettura più arzigolata: si tratterebbe di una scelta deliberata perché nei confronti elettorali pubblici si dà visibilità agli sfidanti rispetto al presidente in carica, in teoria in vantaggio grazie a cinque anni di amministrazione. Così il Pd locale ha fatto in modo che non ci fossero più di cento o centocinquanta persone, quasi tutti, poi, “addetti ai lavori”. Un po’ poco, per l’incontro dell’anno.

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