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GROTTAMMARE – Dopo anni, la Procura della Repubblica di Fermo si esprime sulla vicenda dell’Opera Pia Costante Maria, che riguarda il lascito dell’avvocato Giuseppe Ottaviani. La Procura, dopo uno studio storico/giuridico, ha chiuso la sua indagine sostenendo che effettivamente ci sarebbe stata una palese violazione delle volontà testamentarie del fondatore da parte dell’amministrazione comunale pro-tempore di Grottammare (parliamo di anni ’90, sindaco era Massimo Rossi) e da parte del consiglio di amministrazione della “Istituzione Povera Costante Maria” ma dal punto di vista di eventuali abusi d’ufficio non potranno esserci rinvii a giudizio in quanto il reato si sarebbe già prescritto.

Da ricordare che, stando al testamento, la modifica dello scopo dell’istituzione benefica stabilito da Ottaviani avrebbe comportato il passaggio dell’intero lascito al Comune di San Benedetto del Tronto. E, secondo la Procura, questa modifica e quindi la violazione delle volontà testamentarie ci sarebbero state.
Riviera Oggi si è occupata già del caso nel 1993 e poi nel 2005. Clicca qui per una rassegna dei nostri articoli, qui nello specifico le dichiarazioni dell’allora sindaco grottammarese Massimo Rossi durante un importante consiglio comunale.

Oggi torniamo ad ascoltare il parere dello storico grottammarese Lillo Olivieri, memoria storica della vicenda.
Partiamo da un’immagine, sul suo sito associa questa vicenda ad un quadro, perché?
«”Il mandante ed il movente per un delitto testamentario”, credo che possa rappresentare bene la vicenda. Tutto partì con l’Unità d’Italia, quando lo Stato confiscò i beni della Chiesa. Il testamento di Giuseppe Ottaviani fu un modo legale per ridare un qualcosa alla Chiesa. Ci fu anche un notaio massone, Neri, che cercò di mettere i bastoni fra le ruote ad Ottaviani e che voleva impedire la nascita di questa Fondazione, riuscì soltanto a ritardarne l’approvazione dello statuto. Neanche il Fascismo riuscì a confiscare i suoi beni, che rimasero come prescritto nel testamento dell’Opera Pia fino al 1999. Ottaviani si fidava della Chiesa, ma quest’ultima alla fine sembra averlo tradito».
In che termini sarebbe stato ingannato dalla Chiesa?
«Sembra che le tre suore dell’Opera Pia nel 1988 siano state obbligate a lasciare forzatamente la scuola per fanciulle povere, e successivamente furono sostituite da tre Oblate, che probabilmente potevano essere meglio manipolate. Presumibilmente, secondo vox populi, la gestione di donne da redimere dalla prostituzione e dalla droga (rispetto al mandato testamentario che invece, a fine Ottocento, aveva voluto che si portassero all’istruzione le “fanciulle povere” grottammaresi) dava un’immagine di vantaggio alla Curia nei confronti della Conferenza Episcopale Italiana. Da questa nuova gestione inizia la deviazione statutaria perché in mancanza di 3 suore teresiane dovevano essere nominate 3 donne pie (40enni e nubili). Le Oblate alimentavano la loro attività con il patrimonio dell’ente a favore di donne che non erano di Grottammare e hanno distratto il capitale per aggiustare la sede di residenza a discapito della sede madre che era la Casa Castello. A controllare il tutto vi erano tre rappresentanti pro-tempore: il Sindaco, il parroco e il maggior possidente grottammarese. Perché non si mossero ufficialmente?».
A Natale veniva donata una lira ai più poveri?
«Secondo il testamento “coi frutti annuali, si faccia in ogni anno secondo la mia intenzione e precisamente nell’antivigilia del Santo Natale una elemosina alle famiglie più povere di questo paese”. Venivano escluse soltanto le famiglie contadine, perché si presumeva che in campagna ci fosse sempre da mangiare qualcosa. Quindi i poveri di Grottammare dovrebbero sentirsi traditi da questa vicenda e, costituendosi “parte civile”, richiedere le somme che venivano loro donate e il danno per l’impossibilità di usufruire degli scopi statutari dell’ente».
La scuola fu sempre frequentata da povere?
«La scuola era frequentata anche da altre fanciulle non povere, bastava che si pagassero da mangiare. Molte donne di Grottammare (compresa mia madre) hanno potuto studiare lì, imparare a cucire».
Nessuno disse niente su questa situazione?
«L’unico a prendere (in modo ufficioso) una posizione contraria a queste manipolazioni e capire le intenzioni della Curia fu don Natale, che all’epoca era il parroco a Sant’Agostino. Nel 1993 ci lanciò un monito, “stanno per appropriarsi dell’Opera Pia”. Vedemmo il Vescovo Chiaretti andare in Comune dal sindaco Lauri al quale portò la richiesta delle Oblate per il cambio di statuto. Il Consiglio comunale approvò ed il tutto fu mandato in Regione. L’Associazione dei Grottammaresi mandò delle lettere e delle diffide per impedire il cambio di statuto e la perdita dell’Ente come da volontà testamentarie. L’allora dirigente regionale Pelosi inviò una lettera al Comune ed alla dirigenza dell’Ente per informarli che lo statuto non si poteva cambiare pena lo scioglimento dell’Ente e il passaggio dell’intero lascito testamentario al Comune di San Benedetto. Lauri si dimise da sindaco e subentrò l’era dell’amministrazione Rossi».
Nel frattempo Don Natale muore.
«Don Natale fu esonerato da Parroco, ricevette anche una lettera molto particolare dal Vescovo, ma non se ne voleva andare da quella casa. Subì vessazioni e minacce (così mi confidava) e poi morì. Io mi chiedo: si può morire per mobbing? Se io fossi stato un famigliare di don Natale avrei chiesto l’autopsia».
Lo statuto viene poi modificato dall’amministrazione Rossi.
«Vengono sostituite le Oblate con 3 donne pie, perché? Questa nuova direzione ritenta il cambio di statuto per far rientrare l’opera pia nell’Ipab, ovvero fra le Istituzioni di pubblica assistenza e beneficenza secondo la legge Crispi che regola i lasciti ed i fondi pubblici per il sociale. A chi interessava questa modifica: ai poveri o all’amministrazione comunale? Qui ci imbattiamo in un presunto “falso ideologico”; nella richiesta di modifica dello statuto l’articolo 1 in vigore viene modificato e presentato con un refuso, si legge che “la medesima è soggetta alla legge del 3 agosto del 1892” mentre l’originale porta l’anno 1862.. In virtù di questo “refuso” il nuovo statuto viene adattato alle leggi Ipab: “..legge 17 luglio 1890 e ai relativi regolamenti amministrativi e di contabilità 5 febbraio 1891”. Perché l’amministrazione comunale non si accorge dell’errore grossolano ma determinante per spostare l’ente all’assoggettamento delle leggi pro Ipab?».
Comunque l’amministrazione approva e va in Regione, che approva il cambio.
«Passano anni prima che la Regione accetti il cambio, che avviene a maggio del 1999. Nel frattempo l’associazione mandò raccomandate e diffide per avvisare di questa possibile frode. Le richieste di attenzione alla Procura di Fermo furono inserite nel fascicolo che io chiamo “di insabbiamento”».
Si conosce l’ammontare totale del patrimonio in questione?
«No. Non mi è stato mai possibile avere questo dato, nonostante siano state fatte diverse richieste».
Come dovrebbe comportarsi l’attuale amministrazione, secondo lei?
«Ripercorrere la storia di questo Ente e le volontà testamentarie dell’avvocato Ottaviani. Riconoscere l’errore (il refuso della data) e ripristinare il vecchio statuto. Recuperare le somme indebite usufruite dalla gestione delle Oblate e tutte quelle somme derivate da spese fuori dalle norme testamentarie e statutarie originali. I poveri di Grottammare non erano spariti, esistono ancora (non potevano essere sostituiti da donne non grottammaresi recuperate dalla prostituzione e dalla droga), quindi: fare una scuola di sostegno (se quella pubblica non è percorribile), continuare l’elargizione a Natale e conservare il capitale dell’ente come da testamento. La legge lo consentirà?».
E nel caso che invece il patrimonio per legge testamentaria non appartenesse più a Grottammare ma a San Benedetto?
«Ci sono 3 tipi di giustizia: quella divina (per chi crede) però non rende edotti noi umani, quella dello Stato (ma Giolitti ci avvertì già nell’800 affermando che “la legge si interpreta per gli amici e si applica per i nemici”) e quella della Storia. Noi grottammaresi consegniamo i responsabili morali e materiali di questo scempio testamentario alla Storia».

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