SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La giunta comunale ha approvato lunedì 15 febbraio il progetto definitivo per i lavori di messa in sicurezza dei sotterranei del Paese Alto, elaborato da uno staff coordinato dall’architetto Giuseppe Guerrieri. La spesa complessiva prevista per i lavori è di 764 mila euro, interamente finanziata dal ministero dell’Ambiente.

A breve il progetto esecutivo, poi il bando di gara e i lavori, per una durata di circa 4 mesi. Il Comune interviene nella zona risultata la più bisognosa di intervento, in base a specifiche indagini condotte nel corso degli anni, integrate più recentemente dalle analisi mancanti. I primi lavori verranno quindi effettuati in piazza Sacconi, davanti al Torrione, in via Rossini e via Voltattorni. Previsti lavori della messa in sicurezza della cavità presente sotto piazza Sacconi, sulle pavimentazioni e gli impianti di fognatura delle acque bianche e acque nere (per evitare che l’acqua faccia crollare la cavità).

La situazione di dissesto del Paese Alto è nota da tempo: gallerie, cunicoli e grotte percorrono l’intero sottosuolo del quartiere. Se la presenza di questi passaggi sotterranei suscita molto interesse dal punto di vista storico-architettonico (basti pensare al cunicolo visitabile di palazzo Piacentini risalente ai primi anni del primo secolo, con volta a botte e pareti adornate con colli d’anfora) è evidente quanto la loro presenza sia fonte di potenziali problemi di stabilità agli edifici. Ed effettivamente vi sono stati, in passato, preoccupanti episodi di cedimenti.

Le azioni attuate negli ultimi anni per arrivare a questo “storico” risultato di una prima messa in sicurezza sono le seguenti: il 26 giugno 2007 c’è stata la richiesta di inserimento del Paese Alto nel “Piano per l’Assetto Idrogeologico” della Regione Marche (PAI); il 6 novembre 2007 l’approvazione del progetto preliminare sulle criticità del centro storico del Paese Alto, redatto dall’architetto Giuseppe Guerrieri; il 26 novembre 2007 l’inserimento del progetto di risanamento nel “Secondo Piano strategico nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico” del Ministero dell’Ambiente, con finanziamento di 764 mila euro; il 6 maggio 2008 l’inserimento del progetto di risanamento nel PAI della Regione Marche; nel dicembre 2008 il conferimento di un incarico per la fase di attuazione del progetto; nel luglio 2009 la consegna della prima bozza delle indagini; il 28 settembre 2009 la conclusione prima fase dell’incarico.

Il progetto Guerrieri, approvato dalla giunta il 6 novembre 2007, prevedeva: a) una perimetrazione del Paese Alto con l’individuazione dell’area territoriale per la quale si rilevavano segni di criticità; b) una raccolta di tutti i dati presenti a vario titolo negli archivi dei settori tecnici del Comune, relazione geologiche, rilievi, progettazioni, segnalazioni di dissesti, tracciati dei sottoservizi, inerenti la perimetrazione; c) un’indicazione progettuale a livello preliminare con il relativo quadro economico per la soluzione tecnica dei problemi enucleati.

Questo studio è stato la base per la richiesta al ministero dell’Ambiente di fondi per la “Ricognizione della criticità in materia di difesa del suolo con riferimento al nucleo storico del Paese Alto” (nota a firma del sindaco Giovanni Gaspari del 13/11/2007) e conseguente inserimento nel “Secondo Piano strategico nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico”. Da evidenziare, infatti, che in data 26/06/2007 era già partita la procedura di inserimento del Paese Alto nel “Piano per l’Assetto Idrogeologico” della regione Marche (PAI) necessaria per accedere al finanziamento. La domanda è stata accolta e, con decreto del ministero dell’Ambiente n. 1081 del 26/11/2007, il Paese alto è stato inserito nel Piano con un finanziamento di 764 mila euro.

Accolta anche la seconda istanza, e una parte della zona perimetrata è stata inserita nel progetto preliminare nel PAI della Regione Marche con decreto del Segretario generale dell’Autorità di bacino regionale n. 8/SABN del 06/05/2008 che l’ha classificata a pericolosità media (P2) e rischio elevato (R3).

A questo punto è iniziata la fase di attuazione dello studio che doveva necessariamente tener conto sia del fatto che i fondi assegnati sono molto inferiori alle esigenze, ma anche del fatto che la zona perimetrata dall’Autorità di Bacino, basata su documentazione d’archivio, l’unica all’epoca posseduta dal Comune, esclude alcune porzioni di territorio che invece si ritenevano a rischio. Pertanto si è deciso di restringere l’intervento ad una prima area pilota (piazza Sacconi e le due vie che confluiscono in essa) in maniera da poter realizzare un intervento significativo con le somme a disposizione.

Dall’altro lato, però, si è stabilito di approfondire gli studi per poter disporre di documentazione utile a richiedere ulteriori fondi. L’azione progettuale viene divisa in due fasi. Una dedicata all’approfondimento degli studi con metodologie di misura diretta (e non con la costruzione di un modello geometrico e fisico delle cavità), la seconda per scegliere gli interventi in funzione del grado di sicurezza da assegnare agli spazi pubblici.

La prima fase è iniziata a metà gennaio 2009 con l’effettuazione di rilievi topografici della piazza e con un’analisi svolta utilizzando la “tomografia elettrica”, un sistema che sfrutta l’induzione di campi elettrici nel sottosuolo e ne registra le risposte. Nel contempo sono proseguite le indagini fisiche: sono state costruite due colonne stratigrafiche (cioè la definizione degli “strati di terreno” completa di tutti i parametri necessari per i calcoli successivi) in due punti caratteristici e sono stati fatti analizzare dei campioni di terreno. Si è trattato di un lavoro lungo e complesso, in gran parte sperimentale, non privo di difficoltà tecniche e relativamente nuovo per le competenze acquisite dal Comune, visto che indagini di questo tipo sono più diffuse in altri ambiti come, ad esempio, quello degli scavi archeologici. In ogni caso, questa prima fase si è ufficialmente conclusa il 28 settembre scorso.

In realtà già da luglio si aveva una prima bozza delle indagini e quindi si è cominciato a lavorare alla seconda fase che è ora in fase di realizzazione. I risultati sono stati controllati con delle perforazioni di conferma e hanno dimostrato la necessità di intervenire sul fronte infiltrazione d’acqua che già era stato ipotizzato come causa scatenante del dissesto. Da notare che le cavità si trovano a profondità inferiori a quelle ipotizzate inizialmente (potenzialmente quindi più insidiose) e che esiste un primo strato fortemente pieno di vuoti che è la causa degli sprofondamenti della pavimentazione avvenuti in più punti.

Come detto, la tomografia elettrica è l’esame decisivo condotto in questa occasione. Si tratta di un’indagine non distruttiva che permette con buona approssimazione di conoscere la natura del terreno senza “scavare”. Consiste nell’infissione di più picchetti a distanza regolare uno dall’altro (nel nostro caso circa 75 cm per un numero di 64 picchetti-elettrodi). Posizionati i picchetti questi vengono collegati ad un generatore rilevatore che immette corrente, anche ad alto voltaggio, e misura la resistenza incontrata al passaggio di corrente che, correlata con le indagine fisiche distruttive (perforazioni) localizzate, permette di stabilire la natura del terreno sottostante ma soprattutto la presenza di materiali diversi o di cavità. La prova, nel caso del Paese alto, è durata circa due ore e i dati ottenuti sono stati poi elaborati da un apposito programma.

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