SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il “Giorno del ricordo” è stato celebrato anche a San Benedetto. Nella mattinata di mercoledì 10 febbraio si è infatti svolta una iniziativa culturale presso l’auditorium “Tebaldini” incentrata sulla lezione tenuta dal professor Valerio Marchetti, docente all’Università di Bologna, cui hanno assistito le autorità e alcune classi del Liceo Classico e dell’Istituto Alberghiero.

Hanno portato il loro saluto il sindaco Gaspari e il presidente della Provincia di Ascoli Celani. Il prefetto Pasquale Minunni e il vescovo Gestori hanno inviato un messaggio di apprezzamento per l’approfondimento offerto agli studenti.

Ha affermato il sindaco Gaspari: «Durante ricorrenze come il “Giorno del ricordo” dobbiamo riflettere su ciò che le grandi tragedie ci hanno tolto, in termini di ricchezza sociale e culturale. Quelle vicende dolorose e tristissime non possono essere valutate prendendo posizione come se dovessimo far parte di tifoserie. L’umiliazione e l’offesa della dignità delle persone non ha colore politico. La storia va approfondita senza prese di posizione aprioristiche. Autori come Singer, Roth o Tomizza, “scrittori di confine”, ci possono aiutare in questo percorso di conoscenza».

«La Provincia – ha affermato poi Celani – partecipa attivamente alla celebrazione di tutte le ricorrenze. La scuola rappresenta il luogo più indicato in assoluto per riflettere e approfondire questi temi. La memoria rappresenti un sottile filo conduttore attraverso le generazioni. Non dimentichiamo il caso del campo di Servigliano, che servì sia come campo di concentramento che come luogo per ospitare gli stessi esuli dalmati e istriani».

Successivamente è iniziata la lezione di Marchetti: «Nelle leggi italiane istitutive del “Giorno della memoria” e del “Giorno del ricordo” è sparito ogni riferimento alle leggi razziali o al pessimo trattamento riservato agli esuli istriani e dalmati, ovvero la responsabilità italiana ai fenomeni commemorati».

«All’estero – ha detto il docente – quei fatti sono stati elaborati diversamente, come quando il cancelliere tedesco Willy Brandt andò ad inginocchiarsi nel ghetto di Varsavia. Gli esuli italiani furono 250 mila, forse di più. Tra quelli che vennero uccisi, pochissimi finirono nelle foibe, che sono state però assunte come simbolo dei fatti di quegli anni. Tra i fenomeni più dolorosi, che riguardarono anche miei familiari, si procedette allo spostamento su base etnica. Lo spaventoso principio era che non si poteva più convivere con chi è diverso da noi, e le pulizie sono arrivate da lì ai nostri giorni: nella ex Jugoslavia, e poi in altre vaste regioni del mondo».

Ha spiegato ancora Marchetti: «Il Novecento è stato il secolo dello “spostamento di persone”, come ha detto Karl Schlögel, il quale ha pure elencato le varie espressioni per esprimere questo concetto nelle varie lingue europee, o della “pulizia etnica”, come ha scritto recentemente lo storico americano Norman Naimark. È questo principio che dobbiamo rifiutare».

«Già nel ’42 – ha concluso – gli alleati erano d’accordo sullo spostamento di popolazioni in Europa su base etnica, per punizione verso i vinti, ma sulla base della loro stessa logica. Churchill e Stalin concordarono questo punto, per formare stati che non fossero multinazionali, multiculturali, multilinguistici, come avveniva fino alla prima guerra mondiale. Da lì a provare fastidio per l’accento stesso del diverso, il passo è breve, come avvenne nel nord Italia verso i meridionali emigrati negli anni ’50 e ’60».

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