dal settimanale Riviera Oggi numero 809 in edicola
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Floriano Bollettini, nato a San Benedetto il 13 novembre del ’32, sposato con due figli e cinque nipoti è per tutti il “Signor Floriano”, espressione non di deferenza ma di umana familiarità. Come la sua indole di persona che, sebbene abbia raggiunto uno status quasi da leggenda nel campo dell’imprenditoria ortofrutticola picena, conserva ancora quel senso pratico e diretto nel trattare con le persone di qualsiasi rango.
La Bollettini SpA nasce nel 1922 ad opera del padre Andrea. Lui ed i fratelli la rilevarono 65 anni fa e da allora l’azienda è diventata uno dei simboli della nostra imprenditoria, espandendosi ben oltre i confini della provincia e della nazione, tanto che oggi il maggior fatturato è sparso per quattro angoli del globo.
Quando avvenne il suo “battesimo” nell’azienda?
«Assai presto. Mi ricordo che avevo 14 anni quando mio padre mi spedì da solo a Milano presso un albergo con in mano un biglietto sul quale c’era scritto il numero del tram che portava ai mercati generali dove già noi eravamo presenti e lì iniziai a farmi un’idea di cosa fosse il grande mercato di una vasta metropoli. Ma con l’avvento dei supermercati anche i mercati generali si sono ridotti di almeno il 20%. Per fare un esempio noi spediamo non più di 70 quintali di kiwi alla settimana sul mercato interno mentre ne mandiamo 700 su quello europeo»
Dell’imprenditoria ortofrutticola, un tempo fiorente e trainante in città, sono rimaste la sua ditta e poche altre. Quali sono le cause?
«Succede che un frutto come la pesca negli ultimi tre anni da un prezzo base di 60 centesimi, ad esempio, viene raddoppiato nei supermercati ed il cliente si ritrova a dover sborsare 1 euro e 30/40 centesimi. A questo punto noi, parlo del settore, non ci stiamo più dentro. Ci vorrebbe una maggiore collaborazione tra i fornitori e le aziende della grande distribuzione specie sulla politica dei prezzi al minuto».
In tempi di crisi come questi la Bollettini SpA resta una solida realtà. Quali sono le ragioni?
«Le ragioni sono dovute innanzitutto al fatto che abbiamo una manodopera che lavora con noi da tanti anni e con la quale abbiamo un rapporto che va al di là del semplice scambio lavoro-retribuzione. Preferiamo considerarci una grande famiglia e questo ci gratifica reciprocamente a tutto vantaggio del risultato d’azienda»
Recentemente in una intervista a Rivieraoggi.it, Ferruccio Zoboletti ha rilevato che la crisi è dovuta anche al fatto che le campagne si vanno sempre più spopolando.
«Sì. Prendiamo la Romagna. Lì hanno una tale varietà di articoli fruttiferi, dalle pere ai cachi che, con l’ausilio delle celle frigorifere, possono lavorare tutto l’anno. Noi come ditta oramai ci siamo consolidati con il kiwi e la frutta in generale ma per quanto riguarda la verdura, ad esempio, scarseggia sempre di più perché i contadini, o non ne ricavano abbastanza guadagno o, come succede per la Vallata del Tronto, hanno venduto i terreni a insediamenti industriali».
Dall’alto della sua esperienza manageriale come vede il futuro economico della città?
«Con il settore della pesca purtroppo sempre più in difficoltà resta il turismo. Tanto per fare un esempio banale io ho girato il mondo in lungo e in largo ma un Lungomare come quello nostro non l’ho visto da nessuna parte. Forse solo Nizza può competere con noi, ma loro hanno anche grandi e maestosi alberghi. A noi mancano come il pane almeno un paio di alberghi a cinque stelle per non perdere quella fetta di clientela, specie ora che abbiamo un centro congressi di nuovo funzionante»
Ma Floriano (come pretende di essere chiamato) ha anche un altro amore, viscerale e da sempre: la Sambenedettese, della quale è stato per 25 anni dirigente.
«La Samb ce l’ho tutt’ora nel cuore e nella testa anche perché sono da sempre appassionato di calcio. Nel periodo in cui sono stato dirigente ho cercato di metterci quanta più passione possibile oltre che tempo e denaro. Abbiamo fatto dei sacrifici enormi per mantenere la squadra a certi livelli, specie in serie B. Ripenso a quelle volte che i tifosi della curva ci contestavano delle scelte ma noi, nel possibile, cercavamo di prendere dalle critiche il meglio e qualche volta si faceva la formazione tenendo anche conto dei loro suggerimenti».
E la mente del “Signor Floriano” viaggia sul pentagramma dei ricordi e degli aneddoti.
«Mi ricordo che una volta, non ricordo l’anno, il calcio mercato fu tenuto qui da noi all’albergo Excelsior. All’entrata si era stabilito in pianta stabile un gruppo di tifosi che quando mi videro mi dissero che se fossero stati venduti Chimenti e Simonato era meglio che non uscivamo dall’albergo. Io risposi loro che i due non solo non erano in vendita ma che, senza il loro apporto, non sarebbe stato possibile risalire in serie B. Quindi Chimenti e Simonato non furono venduti e, anche grazie al loro apporto, vincemmo il campionato con nove punti di distacco ritornando trionfalmente in serie B nel 1973-74».
Un ricordo di Marino Bergamasco?
«Marino era un grande uomo prima che un grandissimo allenatore. La sua scomparsa mi addolora molto perché tra di noi c’era una sincera e solida amicizia. Ricordo che non chiedeva mai la luna ma aveva un pallino per gli attaccanti e i terzini. Poi riusciva qualche volta a fare veri e propri miracoli spostando magari dei terzini all’attacco e viceversa. Ha amato questa città ed è stato ricambiato in egual modo. Non era inconsueto, ad esempio, vederlo aggirarsi tra le banchine del porto e familiarizzare con i pescatori».
Anche Francesco Chimenti ama il mare.
«A proposito di Chimenti voglio finalmente precisare che se non ha mai raggiunto la serie A, cosa che era nei suoi mezzi, è stata colpa nostra, della dirigenza. Questo perché a noi Francesco serviva come il pane. Altrimenti come avremmo fatto, specie nei campionati di serie B senza il suo apporto? La sua forza della natura, il suo carisma, la sua personalità da trascinatore. Grazie ancora Francesco, eri e sei un grande».
Non molto tempo fa Giuseppe Valeri, anche lui ex dirigente rossoblù, ha dichiarato a Rivieraoggi.it che non augura a nessuno di entrare in una società di calcio. Cosa che ne pensa?
«Non ha tutti i torti. Da dirigente ci sono molte componenti come la classifica, gli stipendi, le compravendite, il bilancio, che ti tengono sempre in uno stato di allerta e qualcuno non ci dormiva la notte quindi a lungo andare, parlo di quelli che come noi lo hanno fatto per decenni, può diventare molto faticoso. Senza contare il patrimonio personale che investi. Ma l’amore per la Samb era più forte di tutto. Poi magari con il tempo, si fanno delle riflessioni come quelle di Giuseppe Valeri. Ma ci siamo levati anche delle grandi soddisfazioni. In casa abbiamo battuto squadre come Napoli, Atalanta, Genova, Bari e Parma contro la quale, a dieci minuti dalla fine, perdevamo uno a zero e riuscimmo a vincere due a uno. Abbiamo battuto per 2 a 0 l’Inter in Coppa Italia. Il portiere nerazzurro era Walter Zenga».
Cosa ne pensa dell’attuale presidente Sergio Spina?
«Ha la dote fondamentale: una grossa passione. Per quel che lo conosco mi ricorda molto i presidenti vecchio stampo. Uno così bisogna tenerselo stretto. Un presidente ha grosse responsabilità, bisogna lasciarlo lavorare in pace anche nei momenti in cui la squadra non dovesse girare nel verso giusto. Criticare sì ma senza mai travalicare i confini del rispetto umano».
Ci regala un ultimo aneddoto?
«Ad una riunione eravamo io e lo scomparso presidente ingegnere Gaetani che abitava in viale de Gasperi. Si doveva comunicare a Franco Causio che sarebbe stato venduto alla Juve. Mi sembra di ricordare che il prezzo si aggirava sui trenta milioni delle vecchie lire. Somma per noi indispensabile visto che le finanze erano sempre strette. Ma il ragazzo iniziò a tentennare perché aveva paura di essere relegato tra le riserve. Allora il presidente, senza tanti giri di parole gli comunicò che o accettava il trasferimento, o sarebbe ritornato a fare non il calciatore ma il carrozziere, mestiere che mi sembra di ricordare svolgeva prima di iniziare a giocare. Ed io per dargli la spinta finale gli dissi che, per me lui, invece di frignare, ci sarebbe dovuto andare in ginocchio a Torino per non perdere un’occasione del genere. Poi tutti ricordano come andarono le cose».

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 2.333 volte, 1 oggi)