SAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’ultima volta che ho visto Marino Bergamasco è stato l’anno della promozione in C2 quando il Comune di San Benedetto organizzò una grande rimpatriata con gli ex rossoblu per festeggiare l’avvenimento. Lo incontrai davanti alla stazione quando arrivò e già era salito sull’auto dell’ex dirigente e super tifoso Albertini, mi avvicinai, aprì il finestrino e gli ricordai chi ero. Mi guardò e appena mi ebbe riconosciuto con il solito suo modo disincantato e simpatico, in un dialetto misto tra il milanese e il triestino, mi disse: «Ah, uno dei fratelli Perotti, Pino che fa? Quante me ne avete dette e fatte perché volevate arrivare in serie A, ma mica era uno scherzo».

Gli risposi che l’amore porta anche ad esagerare ma anche che quella Samb meritava la serie A. E in due epoche distinte e con squadre diverse, non una volta sola. E che, comunque, specialmente nel primo periodo ci aveva fatto divertire con quel quintetto offensivo (Ripa, Berta, Chimenti, Simonato, Basilico) che ha lasciato un ricordo indelebile nella città. Come segno del destino quell’incontro avvenne davanti al bar Massimo (oggi Blue Express) frequentato allora da un gran numero di super accaniti tifosi rossoblu (io e mio fratello Pino compresi), i quali nel periodo in cui si vinceva sempre in casa e si perdeva regolarmente fuori, ingaggiarono un duro contenzioso con mister Bergamasco e Gigi Traini, i quali si arrabbiarono non poco e ci classificarono come la “quinta colonna”, come si usava definire quella parte della tifoseria alla quale non andava bene niente.

Il tutto si risolse in un incontro davanti al bar nel quale ingaggiammo una pacifica e lunga chiacchierata senza però la minima degenerazione che si concluse con l’insoddisfazione ostinata di entrambe le parti. Ci lasciamo però con il sorriso (amaro) in bocca ma felici di aver potuto dire a quattr’occhi le nostre ragioni. Cosa che a quei tempi era già una bella soddisfazione.

Marino Bergamasco e Gigi Traini erano così, credevano fortemente in quello che facevano perché avevano entrambi conosciuto il calcio ad alti livelli. Ora si stanno reincontrando in Paradiso e, magari, Gigi sta dicendo a Marino: «Gliela sci fatte a rrevà, iemece a fa nu bicchierette».

Incontri nei quali il tema principale era la squadra che amavano tantissimo, il primo perché sambenedettese, Marino perché la nostra città era la sua seconda patria. Una dote li accomunava più di altre: l’umiltà. Del primo Bergamasco, quando come secondo aveva Rivo Spinozzi, ho un ricordo personale che mi è rimasto nel cuore. A quei tempi (primi anni Settanta) capitava che ogni tanto (nei momenti più tranquilli) il giovedì (è successo 3-4 volte) la prima squadra facesse la partita di allenamento contro i rappresentanti della stampa.

Io ero un punto fisso dei giornalisti nel ruolo di centrocampista (di attacco si usava dire) e ricordo che in un’occasione Rivo Spinozzi (che aveva particolare predilizione per i giocatori alti) disse a Bergamasco: «Quel numero sei (il mio numero ndr) ha una grande falcata e buona tecnica anche se un po’ lento, non sta sfigurando nonostante la preparazione atletica sia nulla e l’età… avanzata». Non ho mai saputo la risposta di Bergamasco. Magari è meglio così.

Ieri sera, durante l’inaugurazione della Villa Picena, gestione Filippo Olivieri, il vescovo di Ascoli Piceno ha detto: la cosa più importante per l’uomo è il ricordo che lascia. Marino Bergamasco, in questo senso, ha dato il meglio di se stesso.

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