SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Otto movimenti tellurici in un solo giorno, alcuni dei quali di media intensità, in un solo giorno, tra le province di Macerata, Fermo ed Ascoli. C’è quanto basta per gettare nel terrore migliaia di persone, timorose dell’arrivo di una forte scossa: le immagini di L’Aquila, a 8 mesi di distanza dal catastrofico sisma del 6 aprile, sono negli occhi di tutti. In particolare due scosse, alle 9,25 e alle 14,55 si sono fatte sentire per bene: la prima del 4° grado della scala Richter, la seconda di 4,1. Da Macerata ad Ascoli, in molti si sono ritrovati a guardare in alto, verso i lampadari e i soffitti. Nella zona del Fermano, questa mattina, molte lezioni scolastiche sono state interrotte per alcuni minuti, e alcune scolaresche sono uscite all’aperto.

Cosa sta accadendo? Secondo Luca Malagnini, dirigente di ricerca dell’Ingv e funzionario di turno nella giornata odierna nella sala sismica dell’istituto, quanto sta accadendo è «qualcosa di perfettamente tipico della catena appenninica centrale» ed è «una replica di fenomeni già visti in un passato recente», in base alle dichiarazioni rilasciate all’Agi. Di quest’area, però, non si sa molto come storia sismica, mentre è ben conosciuta come evoluzione geologica.
«Ad ogni modo – sottolinea il ricercatore – storicamente non ci sono scosse di magnitudo superiore a 6 in quest’area, cosa invece ben diversa lungo l’asse appenninico. In quest’area l’ultimo terremoto forte registrato risale al 1873, quindici chilometri a ovest della zona interessata oggi, con una magnitudo inferiore che non arrivò a 6». Detto questo, «va però rilevato – sottolinea il ricercatore dell’Ingv – che l’area è indicata come ‘zona 2′ nella classificazione’, in una scala che va da 1 a 4, con la prima che rappresenta la più pericolosa dal punto di vista sismico. «Non tocca però a noi – precisa Malagnini – parlare di sicurezza o meno, è compito di altri. Non tocca all’Ingv la valutazione di protezione civile o di dire se è a rischio la tutela della popolazione. Noi ci dobbiamo limitare alla parte scientifica, a registrare quello che accade. E oggi diciamo che la sequenza delle scosse è tipica di quell’area».

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