Riproponiamo, nel giorno della scomparsa di Demetrio Ferri, questo suo articolo che aveva scritto per Riviera Oggi l’11 gennaio 2010, all’interno della serie “Diario Afgano

Samuela Isopi e Demetrio Ferri sono due sambenedettesi che, da questa estate, si trovano per motivi di lavoro a Kabul, capitale dell’Afghanistan, terra martoriata da trent’anni di guerra che in questo momento vede la presenza delle truppe dell’alleanza Occidentale che nel 2001, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, ha fatto cadere il potere teocratico dei Talebani.

Samuela Isopi ricopre il ruolo di vice capo missione all’Ambasciata italiana. Demetrio, suo marito, la segue da diversi anni nelle sue missioni all’estero: in precedenza sono stati per tre anni in Bosnia, quattro anni in Vietnam. Ora sono a Kabul, forse la città che più di ogni altra, nel mondo intero, rappresenta al momento la difficoltà vivere nella pace. La città dove l’Occidente e l’Islam si incontrano, purtroppo, al di là di numerosi esempi di amore e solidarietà reciproca, a causa soprattutto di un fondamentalismo religioso da una parte e delle armi dall’altra (indipendentemente dal fatto che la si possa considerare missione di pace o di occupazione).

Con Demetrio iniziamo, a partire da questo articolo, una sorta di diario con cadenza settimanale (ma senza irrigidirci troppo: a volte gli articoli saranno più ravvicinati, altri potrebbero distanziarsi) che così unirà idealmente la nostra San Benedetto e il Piceno con Kabul. Una finestra sul mondo, proprio nel luogo dove questo si manifesta nelle sue forme più spietate e prive di infingimenti. Un modo per sapere direttamente, da parte di una persona che in molti conoscono e che comunque ha condiviso con San Benedetto e il Piceno tante esperienze, e che ora scriverà di ciò che accade dall’altra parte del mondo.

Demetrio ci legge e ha la possibilità, per coloro che sicuramente lo vorranno, di rispondere a domande o approfondimenti sull’Afghanistan. Buona lettura.

I PRIMI GIORNI

KABUL – Ironia della sorte, ritrovo a lavorare in Ambasciata un carissimo amico conosciuto a Sarajevo: è qui da più di un anno e mi porta a fare un giro in macchina (tassativamente blindata). Andiamo a vedere il quartiere dove è dislocata la nostra abitazione.
Un fiumiciattolo di acqua sudicia scorre alla mia sinistra, è il fiume Kabul. Dopo l’argine, finalmente, riesco a vedere le famose “case di fango“. Una attaccata all’altra, circondate da mura, sempre di fango, e piene di viottoli all’interno. Un piccolo villaggio all’interno di una città. Di fronte a me la collina, gremita da abitazioni dello stesso tipo. Un gregge di pecore, dal colore quasi nero, pascola ai margini del fiume, tra l’immondizia più varia. Non vedo erba, eppure stanno pascolando e brucando chissà che cosa. Incrociamo in continuazione polizia, militari e mezzi militari, sono quasi ovunque.
Decidiamo di fare rientro in Ambasciata. Provvisoriamente siamo ospiti della Residenza dell’Ambasciatore, in attesa che i lavori nella nostra casa, sempre molto lenti, giungano a termine. La Residenza, così come l’Ambasciata, costruita tra il 1972 ed il 1974, è stata progettata dall’architetto Andrea Bruno. Sembra un’oasi di pace in territorio di guerra. Il giardino, ben curato e custodito da giardinieri locali, ha un fiore che risalta più di ogni altro, la rosa, anche qui in Afghanistan molto apprezzato. Il verde, la piscina, seppur non funzionante, le piante, e tanta tranquillità, mi fa sentire quasi a casa. Qui i segni del conflitto non si notano davvero.
Nel giardino, una forma bizzarra risalta su tutto: è la carcassa di un aereo, un mono-elica a doppia ala costruito in Italia negli anni ’30. Un Breda BA-25, venduto al governo afghano in quegli anni. Riposava in un vecchio museo di Kabul ed è stato successivamente donato all’Ambasciata. Questa nuova sistemazione gli ha ridato la vita.
All’interno delle mura di cinta, oltre alla Residenza, c’è anche una chiesa intitolata alla  “Madonna della Divina Provvidenza”; l’unica chiesa cattolica, ed in attività, di tutto l’Afghanistan. Ogni domenica i fedeli di varie nazionalità, più le dolcissime suore delle congregazioni: le “Piccole sorelle di Gesù” francesi, le Domenicane, le Francescane e le sorelle di “Madre Teresa di Calcutta” si recano alla funzione. Solitamente un centinaio di persone.
Nella piccola cappella dove è custodita la statua della Madonna della Divina Provvidenza c’era una bandiera italiana sforacchiata da schegge: risalente al 1992, al periodo della guerra civile, quando i mujaheddin lanciarono un colpo di cannone che arrivò proprio in Ambasciata. Fortunatamente nessuno venne colpito, solo tanta polvere ed una gran paura per i presenti. Oggi  quel cimelio, si trova nella casa canonica quale ricordo.
Il parroco che custodisce la chiesa, anche lui un marchigiano di Recanati, è Padre Giuseppe Moretti. Vive a Kabul, come dice lui, da sempre, e vi è rimasto, per un breve periodo, anche durante l’occupazione talebana. Lui sì che di storie da raccontare ne ha…
Non è stato mai aggredito o minacciato da nessuno, ed ha continuato a svolgere le funzioni normalmente, anche se, una volta, sempre durante il periodo della guerra civile, è rimasto ferito a causa di una scheggia di un razzo caduto nella casa canonica situata accanto alla chiesa. Era il 1994 ed i razzi dei signori della guerra afghana piovevano sulla città. E’ stato il suo cane a salvargli la vita. Sembra una fiaba ma è storia vera. Oggi quel cane non c’è più ma è stato prontamente sostituito da Bengi, un bell’incrocio tra un pastore tedesco ed un pastore belga. Bengi è la mascotte di tutti.
Padre Moretti un sogno, a Kabul, lo ha realizzato. Con gli anni, e grazie alle offerte dei fedeli, è riuscito a costruire una scuola, la “Scuola della pace” dove trovano ospitalità circa cinquecento tra bambini e bambine, strappati in questo modo dalla strada.
La comunità, all’interno dell’Ambasciata, è molto più vasta. Trovano alloggio tutti i Carabinieri del reparto speciale del “Tuscania”. Fanno da scorta e da protezione all’Ambasciatore, più i Carabinieri del “Gate“, addetti alla sicurezza dell’Ambasciata. Di recente hanno fatto costruire anche un forno a legna. Piante di basilico, di prezzemolo e di peperoncino, in uno spicchio di terreno disponibile, non mancano e, per festeggiare il nostro arrivo, ci hanno organizzato una “pizzata”. Hanno invitato la maggior parte degli italiani che lavora e opera a Kabul. Siamo davvero in tanti e, vengono sfornate  più di 150 pizze in poco più di due ore. Incredibile ma vero, c’è anche un biliardino, iniziano le sfide: si ride, si scherza, ci si diverte. La tensione accumulata durante il giorno svanisce. Almeno per questa sera.

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